L’orrore della guerra non ha mai fermato i Giochi Olimpici

Le Olimpiadi sono una metafora meravigliosa della cooperazione mondiale.

John Williams

La sacralità dei Giochi Olimpici non è stata intaccata neanche dalla Seconda Guerra Mondiale, nonostante ufficialmente in quegli anni non si disputarono ben due edizioni dei Giochi. Ufficialmente però.

Da quando sono stati istituiti i primi Giochi Olimpici dell’epoca moderna nel 1896 ad Atene, la competizione è stata disputata ogni quattro anni. Tranne che in tre anni: 1916, 1940 e 1944, gli anni delle due guerre.

Le Olimpiadi del 1916 furono inizialmente assegnate a Berlino, ma, in seguito allo scoppio del primo conflitto bellico, furono annullate. Nel 1940 e nel 1944 le Olimpiadi furono cancellate, ma, rispetto al passato, ci furono delle novità.

Nel 1940 la città designata per ospitare i giochi di De Coubertin era Tokyo, ma allo scoppiare della guerra la forza delle bombe sconfisse il desiderio di competizione; non per tutto il mondo quelle Olimpiadi non si disputarono. A Langwasser, un campo di prigionia vicino a Norimberga, Teodor Niewiadomski, uno scirttore polacco, ideò dei giochi con il materiale che si poteva reperire al campo, ovvero pietre, oppure sfruttando le punizioni inferte dalle guardie. Per i prigionieri questo era un modo per tentare di vivere per almeno due settimane come esseri umani, per quanto possibile.

Nel 1944 il CIO stabilì come sede Londra, ma anche in questo caso non ci fu niente di ufficiale, ma fu ancora la voglia dei prigionieri ad essere il traino per organizzare dei giochi non ufficiali. A Woldenberg per due mesi ci furono un totale 464 gare con sport come calcio, pallavolo, pugilato e pallamano. Differentemente dal 1940 i Nazisti non erano all’oscuro di ciò che avevano fatto i prigionieri, ma lasciarono fare e concessero loro anche un teatro dove esibirsi.

Queste due edizioni  dei Giochi non sono mai state, nonostante le richieste pervenute al CIO per renderle ufficiali, considerate tali. Sono però la dimostrazione di come lo sport sia veicolo di umanità e il momento ludico sia uno dei pochi, se non l’unico, in grado di restituire dignità a chi, come i prigionieri dei campi nazisti, l’aveva persa probabilmente per sempre.

Fonti:                                                          Immagini:

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