Musha, una piccola luce di speranza per il Ruanda

“Non c’è bandiera sufficiente a coprire la vergogna di uccidere persone innocenti.” (Howard Zinn)

Musha, Ruanda. Quasi venticinque anni dopo il genocidio del 1994 e la scomparsa dai radar della grande informazione mediatica, c’è ancora chi coltiva la speranza. Speranza di un futuro di convivenza pacifica tra persone prima che tra etnie. Speranza che ha gli occhi dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti della comunità salesiana di Musha, guidati dal missionario salesiano Padre Hermann Schulz, in Ruanda dal 1979. Ma per raccontare la sua storia occorre fare un passo indietro, nel tempo, in quel 1994 di sangue.

 

Quel maledetto aereo

È la sera del 6 aprile 1994 in Ruanda, quando un piccolo trimotore con a bordo 12 persone sta per atterrare all’aeroporto di Kigali. Tra loro ci sono il presidente ruandese Juvenal Habyarimana e il presidente del Burundi, al ritorno dalla capitale della Tanzania, Dar es Salam. Burundi e Ruanda sembrano in procinto di concretizzare gli accordi di pace di Arusha, che portano verso una soluzione dei conflitti locali, spesso provocati dalla divisione etnica fra hutu e tutsi. Quando ormai si trova nel corridoio di discesa verso Kigali, l’aereo è abbattuto da due missili terra-aria. è l’inizio della guerra civile che porterà al genocidio e allo scontro etnico tra hutu e tutsi.

Tutsi e hutu, due facce della stessa medaglia

Le contrapposizioni tra hutu e tutsi, le due etnie dominanti (rispettivamente 84 e 15%, più l’1% dei pigmei) del Ruanda, affondano radici in motivi più politici che etnici. I tutsi, che prima dell’indipendenza del paese rappresentavano la maggioranza dell’élite di governo, furono estromessi dal potere in occasione della ribellione hutu appoggiata dal Belgio nel 1962. La ribellione portò all’indipendenza del paese e al conseguente abbandono del paese da parte dei tutsi. Una parte dei tutsi continuò invece a vivere in Ruanda, ignorata dalla maggioranza hutu.

Di fatto non esistono motivi “etnici”, di appartenenza a tradizioni diverse che separerebbero le due etnie. Hutu e tutsi sarebbero due categorie sociali più che etnie: coltivatori i primi, allevatori i secondi. Questi motivi furono inventati dai dominatori prima tedeschi e poi belgi per giustificare l’iniziale dominio dei tutsi, di presunta etnia hamitica, “falsi negri” che sarebbero discesi dall’alto corso del Nilo per sottomettere gli hutu di etnia bantu. Si arrivò persino ad inserire sulla carta d’identità il presunto gruppo etnico di appartenenza.

“Schiacciare gli scarafaggi”

All’inizio degli anni ’90 gli esuli tutsi si riorganizzarono in formazioni armate, il Fronte patriottico ruandese (Fpr), che premeva per rientrare anche con la forza nel paese, Nel 1993 ad Arusha i presidenti di Ruanda e Burundi riuscirono a concludere un accordo in cui si prevedeva la coesistenza pacifica dei due gruppi, anche sotto la pressione della comunità internazionale, Francia di Francois Mitterrand in testa.

Ma da tre anni in Ruanda qualcosa blolliva in pentola: le vendite di armi erano salite fino a rendere il piccolo stato il terzo importatore dell’Africa. All’interno della maggioranza hutu si era formato un movimento, l’hutu power, che rifiutava il dialogo con i tutsi, ritenuti inferiori, “scarafaggi da schiacciare”. Il loro leader, il generale Bagosora, è a tutt’oggi ritenuto il mandante materiale dell’omicidio di Habyarimana e dei seguenti massacri. A riprova della premeditazione dei fatti, i massacri degli estremisti hutu contro la minoranza tutsi e gli hutu “moderati” cominciarono la notte stessa, fomentati anche dai messaggi di odio razziale lanciati da “Radio Mille Colline”.

Il massacro di Musha e le responsabilità Onu

Ed è qui che il destino del genocidio si incontra con quello di padre Hermann (foto sotto), missionario nella città di Musha, pochi chilometri a est della capitale Kigali. Il 13 aprile, militari ruandesi, insieme a paramilitari e civili armati circondano una chiesa di Musha dove si erano asserragliati 1000 tutsi. I tutsi furono brutalmente massacrati e bruciati all’interno della chiesa. Nella strage il missionario salesiano perde il Alfredo, uno dei suoi più fidati collaboratori. A fronte di segnali evidenti di una guerra civile in procinto di esplodere, si poteva fare qualcosa per evitare il bagno di sangue?

In Ruanda nel 1994 esisteva un contingente Onu di circa 2500 uomini, guidato da Romeo Dallaire. Nella notte dell’11 gennaio – tre mesi prima dell’inizio dei massacri – Dallaire inviò un fax all’Onu richiedendo l’autorizzazione per il sequestro di un importante deposito di armi, che sapeva sarebbe stato poi usato per probabili scopi violenti. Autorizzazione negata. L’Onu intanto, sotto la guida di Boutros Ghali, ex primo ministro egiziano che aveva venduto migliaia di armi negli anni precedenti al genocidio al governo ruandese, ridusse il contingente da 2500 a 270 caschi blu a seguito della brutale uccisione di dieci caschi blu belgi, trucidati insieme al primo ministro ruandese Agathe Uwilinigiymana, avvenuto la mattina del 7 aprile.

In quel tragico aprile, padre Hermann, dinanzi alle ripetute minacce di morte e ai continui massacri non ha altra scelta che fuggire dal paese, saltando su una delle poche camionette superstiti del contigente ONU, l’UNAMIR. Ma non senza attimi di pura tensione: nascosto in un camion blindato dell’ONU, incappò in un controllo dei miliziani. Inizialmente essi insistettero per perquisirlo, ma poi desistettero dinanzi alla resistenza dei militari belgi. Intanto nel paese si scatenarono le rappresaglie dell’FPR tutsi contro gli hutu, che diede luogo alla fuga di circa 1.5 milioni di profughi dalle loro terre.

Chiesa “madre per tutti”

Rientrato dopo qualche mese verso la fine del 1994, in Ruanda – contro il parere dei superiori salesiani – si ristabilisce nella cittadina di Musha, il quartier generale dell’ex capo del Fronte Patriottico Ruandese Paul Kagame, oggi presidente del Ruanda. Ricostruì il villaggio per bambini che aveva iniziato negli anni ’80, dopo l’arrivo nel 1979.  un’opera di avvicinamento progressivo dei ragazzi di strada alla scuola salesiana, per ampia parte dedicata alla formazione professionale dei ragazzi.

Fu così che intorno alla parrocchia di S. Kizito a Musha si sviluppò un ampio polo scolastico ed educativo, che mirava a portar via dalla strada potenziali bambini soldato o bambini-schiavo, hutu, tutsi o pigmei che fossero. In questo periodo è fondamentale anche l’aiuto dell’amatissima madre Else, ‘Mutti’, mamma per i bambini orfani di Musha così come mamma di Hermann, rimasto anche lui a 6 anni orfano di padre a fine seconda guerra mondiale.

Oltre alla chiesa e alla scuola, il missionario salesiano crea anche un gruppo scout. Questo gigante buono calamita da ormai più di trent’anni attorno a sé nugoli di bambini. La scuola di Musha, inserita nel complesso dell’orfanotrofio e del villaggio dei giovani di S. Kizito, conta fino a 600 ragazzi tra scuole elementari, medie e superiori a indirizzo agrario, informatico e meccanico. Alla direzione c’è Alexia, ormai donna fatta e finita sulla trentina, scampata – a differenza della sorella – ai massacri del genocidio. Insieme a lei e padre Hermann, cinque salesiani e sei suore ruandesi.

Negli anni le proposte del villaggio per i ragazzi si sono allargate anche al mondo degli adulti disoccupati, che vedevano inizialmente di malocchio questa peculiare attenzione tipicamente salesiana per i giovani e i ragazzi. Ora la casa salesiana fornisce 10 euro agli anziani che non percepiscono alcuna pensione, sostiene attività di ricollocamento e riqualifica per disoccupati. S.Kizito sembrano costituire a tutt’oggi una delle piccole luci che cercano di illuminare il futuro ruandese, promuovendo una convivenza pacifica, a prescindere da etnie e posizioni politiche. Se, per dirla con don Bosco, “l’educazione è cosa di cuore”, il cuore va aperto a tutti, hutu o tutsi, pigmeo o europeo. Musha è al momento una goccia di speranza nel mare di difficoltà del Ruanda, ma l’oceano non è forse fatto di gocce?

Fonti:

Internazionale

Limes online

Repubblica

Repubblica

Giorgio Perlasca

Infraken

Foto credits:

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