Il genocidio dimenticato della comunità Rohingya in Myanmar

“L’inizio di ogni guerra è come aprire la porta su una stanza buia. Non si sa mai che cosa possa esserci nascosto nel buio.” Adolf Hitler

 

Il 27 gennaio di ogni anno si ricordano durante il Giorno della memoria le vittime dell’Olocausto. Uno degli obiettivi della ricorrenza è quello di allontanare definitivamente la possibilità di un nuovo genocidio, ma la situazione del popolo Rohingya, in Myanmar, dimostra che si tratta ancora di un’utopia.

Ha suscitato grande perplessità e indignazione nel mondo l’incontro dello scorso dicembre tra Aung San Suu Kyi, consigliera statale del Myanmar e Pramila Patten, inviata speciale dell’ONU.

Aung San Suu Kyi

Durante la visita del funzionario, durata quattro giorni, la leader birmana si é infatti rifiutata categoricamente di parlare delle donne Rohingya violentate dalle forze militari del Myanmar.

La reticenza di Aung San Suu Kyi non é una novità: finora l’ex prigioniero politico e premio Nobel per la pace non ha mai voluto discutere apertamente della persecuzione dei Rohingya nel Paese, nonostante l’impegno manifestato nella difesa dei diritti umani.

Il Myanmar, noto fino al 1989 come Birmania, é uno Stato del Sud-est asiatico dalla complessa situazione politica. A partire dal golpe del generale Ne Win del 1962, il Paese vive sotto una dittatura militare non comunista, contro la quale la Lega Nazionale per la Democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, si è battuta strenuamente per ottenere libere elezioni. Per la sua opposizione al regime, la donna ha scontato gli arresti domiciliari dal 1989 fino al 1995, commutati poi in uno stato di semilibertà durato fino al 2010: se avesse lasciato il Myanmar, la donna non avrebbe mai più potuto farvi ritorno. Benché invitata più volte dalla giunta militare in carica a ricongiungersi con la sua famiglia a Londra, Aung San Suu Kyi ha sempre rifiutato di interrompere la sua azione politica, che nel 1991 le ha meritato il premio Nobel per la pace. 

A causa di numerose sanzioni da parte delle Nazioni Unite e del malcontento popolare, la dittatura del Myanmar ha dovuto attuare alcune aperture democratiche, che l’hanno portata nel 2012 a indire le prime elezioni democratiche riconosciute dal 1962 e nel 2015 a nominare Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi. Nonostante gli avvenimenti recenti, il governo birmano non ha tuttavia mai smesso di discriminare i Rohingya.

Quella Rohingya costituisce secondo l’ONU “una delle minoranze più perseguitate e rifiutate al mondo” ed é presente, oltre che in Myanmar, anche in Bangladesh, Arabia Saudita e Pakistan. Nella ex-Birmania compone un gruppo di circa 800.000 persone, per la maggior parte insediate nello Stato di Rakhine, una regione che si affaccia sul Golfo del Bengala e confina a nord con il Bangladesh. Prima di diventare una suddivisione amministrativa dell’ex-Birmania, il territorio, abitato oggi da circa quattro milioni di persone, costituiva lo stato indipendente dell’Arakan.

Il Myanmar o Burma, noto fino al 1989 come Birmania

I Rohingya, che compongono circa il 20% della popolazione del Rakhine, appartengono ad un ceppo etnico diverso da quello della maggioranza dei birmani.

Nonostante vengano comunemente ritenuti emigrati del Bangladesh giunti con la dominazione britannica, molti autorevoli studi hanno confermato la loro presenza nella regione già più di mille anni fa. Secondo gli studi, i Rohingya sarebbero dunque i discendenti dei commercianti bengalesi di religione musulmana giunti in Arakan nel VII secolo. La minoranza Rohingya é infatti prevalentemente di religione musulmana, mentre il culto più diffuso e praticato tra i quasi 53 milioni di birmani é quello buddista. 

Tra le diverse etnie della zona la convivenza é stata pacifica fino all’invasione dell’Arakan da parte dei birmani tra il 1784 e il 1826. Dopo l’annessione, i rapporti tra i locali si sono ulteriormente inaspriti durante la dominazione dell’impero britannico, da cui il Myanmar ha dichiarato la propria indipendenza nel 1948.

Anche se fin dalla sua nascita come repubblica democratica l’ex-Birmania non aveva annoverato tra i gruppi nazionali i Rohingya, soltanto con la successiva dittatura é stata negata loro la cittadinanza. Dal 1982 infatti i componenti di questo gruppo etnico non sono considerati cittadini birmani. Per questo motivo, come confermato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), i Rohingya non possono godere della libertà di associazione e di spostamento, viaggiare senza un permesso speciale, possedere terreni, avere più di due figli, frequentare scuole o servirsi degli ospedali e delle strutture sanitarie birmane. Secondo l’ONU si tratta di “un vero e proprio apartheid”. Un rapporto di Amnesty International del 2004 riporta che sono inoltre sottoposti da parte dell’esercito a “varie forme di estorsione e di tassazione arbitraria; confisca delle terre; sfratto e distruzione delle loro abitazioni; e restrizioni finanziarie sui matrimoni. I Rohingya continuano ad essere utilizzati come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari”

La prima vera e propria persecuzione della minoranza da parte dell’esercito birmano é avvenuta nel 1978, in seguito all’operazione Nagamin (Drago d’oro), con cui il governo si prefiggeva l’obiettivo di controllare ogni individuo vivente nello Stato, distinguere i cittadini e gli stranieri in conformità con la legge e intraprendere azioni contro gli stranieri che si sono infiltrati nel paese illegalmente” e che ha portato a stupri e omicidi di civili, nonché ad atti di odio religioso come l’incendio di moschee e luoghi di culto islamici. In seguito a questa operazione e ad un susseguirsi quotidiano di torture, stupri, esecuzioni sommarie e lavori forzati in condizioni estreme da parte dei militari, migliaia di Rohingya birmani hanno iniziato a emigrare nel vicino Bangladesh, subendo spesso rimpatri successivi. Gli esodi hanno conosciuto un picco nel 1978 e uno tra il 1991 e il 1992.

L’ostilità nei confronti della minoranza, inoltre, arriva anche dai cittadini birmani, un terzo dei quali vive sotto la soglia della povertà.

Famiglia birmana

Nonostante le numerose ricchezze naturali, il Myanmar risulta infatti il Paese più povero del Sud-est asiatico: in particolare, nelle zone rurali, dove vive circa il 70% della popolazione, l’incidenza dell’indigenza è doppia rispetto alle città. In questo clima di malessere e profonde disuguaglianze sociali, é riuscito ad attecchire e diffondersi un violento nazionalismo buddista, che trova espressione in particolare nei movimenti Ma Ba Tha e 969, impegnati nella difesa della razza e della religione della maggioranza dall’Islam.

L’escalation di violenze verso le minoranze ha portato nel 2012 ad una sanguinosa rappresaglia popolare nei confronti di alcuni Rohingya che avevano violentato una donna buddista. L’episodio ha innescato una vera e propria carneficina: decine di villaggi Rohingya sono stati bruciati e rasi al suolo, centinaia di stupri e circa 200 omicidi sono stati consumati ai danni della minoranza. Il Presidente Thein Sein é arrivato a dichiarare lo stato di emergenza: più di 140.000 Rohingya e circa 10.000 musulmani di altre etnie sono stati trasferiti dall’esercito in campi per sfollati e ghetti eretti fuori dalla città di Sittwe, capoluogo del Rakhine. Qui le terribili condizioni di vita sono, secondo l’ONU, quelle di una segregazione, a cui si aggiungono sovraffollamento, estrema miseria, assenza di documenti, assistenza sanitaria e possibilità di lavoro. L’intera operazione, la prima di un numero considerevole, é stata giustificata come necessaria per garantire la sicurezza della minoranza.

Inoltre per l’etnia sono diventate necessarie diverse autorizzazioni per spostarsi; anche questa possibilità é stata tuttavia preclusa ai Rohingya a partire dal 1 aprile 2015, quando il governo ne ha annullato le carte d’identità temporanee, proibendo loro di circolare liberamente per il Paese. Si trattava dell’ultima forma di identificazione ufficiale della minoranza, che ha definitivamente perso così anche il diritto di voto.

Da quel momento é avvenuto un crescendo di violenze, in atto tuttora: Medici senza frontiere parla di più di 6.700 persone massacrate solo nel mese di agosto 2017, quando é iniziata una brutale campagna di repressione da parte dell’esercito contro di loro. La maggior parte delle vittime sono state uccise con armi da fuoco, ma molte di loro sono state bruciate vive e percosse fino alla morte. Tra i morti di agosto si contano quasi 730 bambini sotto i cinque anni, spesso strappati dalle braccia delle madri per essere uccisi. Innumerevoli inoltre gli stupri etnici, anche di gruppo, su donne, adolescenti e bambini Rohingya da parte dei soldati. Nonostante le autorità birmane continuino a negarlo, secondo ONU, MSF e numerose altre organizzazioni umanitarie é in corso un vero e proprio genocidio; Amnesty International riferisce che la raccolta di dati e l’analisi della situazione sono ancora in corso.

Più di 640.000 Rohingya hanno abbandonato il Myanmar dall’inizio della crisi: molti di loro sono tutt’ora dispersi, molti altri sono morti durante il rischioso viaggio per oltrepassare i confini del Paese. Privi di documenti, si affidano alle imbarcazioni di fortuna e alle tratte dei trafficanti di esseri umani, spesso della loro stessa etnia. Abbandonare il Paese sta diventando però sempre più difficile e pericoloso: le mete dell’esodo sono state fino a pochi anni fa Thailandia, Indonesia, Bangladesh e Malesia, Stati vicini dove i musulmani sono bene accetti, ma che hanno iniziato a chiudere le frontiere.

Un gruppo di donne Rohingya in attesa di cibo e assistenza nella città di Shamlapur

Questi Stati infatti, per paura di disordini interni e di ripercussioni sugli equilibri internazionali, respingono quotidianamente le imbarcazioni dei profughi Rohingya, spesso abbandonandoli in mare aperto e rifiutandosi di fornire loro assistenza. In particolare, Malesia, Indonesia e Thailandia sono state accusate da Human rights watch di “giocare un ping pong umano”. La meta in assoluto favorita é stata finora il Bangladesh, dove é presente una comunità Rohingya autoctona, anche se emarginata. A partire dagli anni ’70 sono qui arrivati migliaia e migliaia di Rohingya birmani, a cui inizialmente il governo ha concesso di vivere in campi profughi nel sud-est del Paese, al confine con il Myanmar. Le condizioni di questi campi, dove nel 2015 si stimava vivessero circa 200.000 persone, sono terribili, ai limiti della sopravvivenza.

I media internazionali hanno iniziato a rompere il silenzio sul genocidio Rohingya solo di recente e si stanno scontrando con la reticenza del governo birmano, che é arrivato ad arrestare due giornalisti statunitensi per evitare documentassero la situazione. Le condizioni della loro prigionia, secondo l’Ambasciata degli Stati Uniti, sono disumane.

 

Credits immagini:.                             Fonti:

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immagine 1                                          Amnesty International 

immagine 2                                            Il sole 24 ore  The Guardian

immagine 3                                          Panorama.it

Immagine 4                                           The Guardian   Lifegate

 

 

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