Gli artefatti umani possiedono qualità politiche intrinseche?

La vera politica è come il vero amore: si nasconde
Jean Cocteau

Un interessante scritto di Langdon Winner ci accompagna nell’analisi degli artefatti umani, lungo la linea rossa tracciata dalla domanda: i prodotti tecnici dell’uomo possiedono qualità politiche intrinseche indipendenti dal loro utilizzo sociale?

 

Langdon Winner principia l’analisi con un testo di Lewis Mumford, Technology and Culture: secondo il sociologo conviverebbero sin dal Neolitico due tipi di tecnologia: una autoritaria e l’altra democratica, la prima centralizzata e potente ma eticamente, dunque intrinsecamente, debole; l’altra basata sull’autonomia degli individui e potenzialmente forte. La disputa richiama in termini quasi identici il dibattito intorno a quale tipo di energia, nucleare o solare, sia preferibile impiegare.  Studiosi come Denis Hayes infatti asseriscono che l’impiego di energia solare sarebbe compatibile con un più alto grado di eguaglianza ed equità sociale, al contrario della fonte rivale che si accorderebbe soltanto ad un regime politico autoritario.

Ma il dirottamento verso una forma di organizzazione sociale piuttosto che l’altra, è proprietà derivata dal mero impiego sociale della tecnologia in questione o consegue almeno in parte dalle caratteristiche proprie dell’oggetto? Si chiede il filosofo, e sembra propendere decisamente per la seconda opzione di cui ci offre numerosi esempi di cui offriamo un saggio:

-Rober Moses, capomastro operante a New York dal 1920 al 1970, costruisce ponti sopra i magnifici viali di Long Island con caratteristiche che potrebbero sembrare alquanto singolari per un osservatore pigro: sono così stretti che occludono il passaggio per gli autobus. Come conferma la testimonianza del biografo di Moses, Robert A. Caro, la scelta del costruttore non è casuale: serviva infatti a limitare l’affluenza dei poveri e delle persone di colore solite  muoversi con i mezzi pubblici.

-La struttura degli edifici, la pianta delle città, sembrano testimoniare spesso precisi intenti politici: come nel caso dei grotteschi edifici costruiti all’interno dei campus universitari americani durante gli anni ‘60 per scoraggiare le rimostranze degli studenti.

-La tecnologia viene spesso asservita a qualità umane radicate come la sete di potere: ad esempio durante la Rivoluzione Industriale un imprenditore, McCormick II, ingaggiato in una battaglia contro la National Union of Iron Molders (fatto che si inserisce nel contesto delle lotte operaie di Chicago di quegli anni), si serve di una macchina a pneumatici di nuova invenzione per far fallire l’Unione (infatti, malgrado gli intenti, questa macchina in mano ad operai inesperti si rivelò produrre di meno e ad un costo più elevato rispetto all’antenato più obsoleto).

 

Il sociologo Langdon Winner.

 

Dopo aver presentato queste esemplificazioni di come i manufatti umani e la politica siano strettamente intrecciati, Winner analizza brevemente le implicazioni filosofiche del discorso: da una parte schiera la posizione tracciata da Engels in On authority (1872), dove il progresso tecnologico implicherebbe per sua stessa natura un assetto del potere autoritario (posizione che rassomiglia a quella di Alfred D. Chambler, che in The Invisible Hand, offre un’impressionante documentazione volta a difendere l’ipotesi secondo cui la costruzione di molti sistemi di produzione, trasporto e comunicazione del 19esimo e 20esimo secolo necessiterebbe dello sviluppo di una specifica forma di organizzazione sociale; centralizzata e gerarchica.

Nuovamente Winner richiama il dibattito sull’impiego dell’energia nucleare, nella misura in cui la visione di Engels (o di Platone volendo citare antichi precedenti filosofici), si sposa con quella di chi vedrebbe, nella scelta di adottare questo tipo di energia, l’accettazione di una tecnoélite industriale.

La versione più edulcorata di questa forte posizione è, secondo il  sociologo, quella secondo cui la tecnologia odierna non si sposa con un assetto politico necessariamente autoritario, ma certamente propende verso questa direzione. Idea che sembrerebbero condividere anche i sostenitori dell’impiego di energia solare: questa infatti sarebbe compatibile con una società democratica ed egualitaria per una ragione tecnica; è più ragionevole costruire i centri di utilizzo di energia solare in modo dislocato e diffuso, concedendo ampia autonomia di gestione alle comunità locali.

L’analisi di Langdon Winner non sembra approdare ad un punto di vista definitivo, ma piuttosto oscillando tra uno sguardo e l’altro, tenendo a mente Platone come Marx, vagliando lo statuto di un artefatto quale la bomba atomica e di un mondo che l’ha creata. Rintracciando e circuendo punti nevralgici e scoperti, prova a riportare il lettore a quel senso critico e a quell’attenzione che un mondo permeato dalla tecnologia, con le sue complessità ed aporie, sempre richiede.

Valentina Nicole Savino

 

 

Fonti:                                                                                                Immagini:
Do Artifacts Have Politics?; Langdon Winner                                   Pinterest.com

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