L’uomo bianco portatore di civiltà: il mito di Robinson Crusoe

“Maybe there is a beast… maybe it’s only us.” William Golding, Il Signore Delle Mosche

 

Robinson Crusoe è un grande classico inglese che sancì persino l’inizio della “Robinsonade”: un intero genere letterario che tratta dell’uomo occidentale alle prese con i luoghi più esotici e selvaggi della terra. Crusoe, però, è un’opera figlia del suo tempo. E si vede.

Siamo in pieno colonialismo britannico: le navi solcano i sette mari e la corona inglese pianta la propria bandiera un po’ovunque sul globo terracqueo.
Si tratta di un periodo di scoperte di fronte alle quali l’uomo bianco, intriso di patriottismo e conscio delle comodità della società europea, non riesce a non sentirsi il messia di una cultura superiore.
Anche la letteratura si adegua a questo modo di sentire il mondo esterno, e tra tutti è noto il personaggio di Robinson Crusoe: europeo illuminato che da solo prevale sulla barbarie e la natura selvatica.

Alcuni libri derivati dal testo di Defoe sono così evidentemente “colonialisti” che il lettore contemporaneo ne rimane quasi alienato.
Libri come “Coral Island” (dello scozzese Ballantyne), nel quale un terzetto di naufraghi poco più che adolescenti riesce non solo a sopravvivere, ma ha tempo per farsi bagni e passeggiate sotto il tramonto, godendosi il paesaggio di un isola la cui natura si piega in maniera quasi comica alle loro capacità.

L’esperienza del colonialismo rappresenta l’istanza in cui l’europeo si incontra con l’indigeno “selvaggio” che non conosce nè le tecnologie nè la “buona civiltà” del vecchio continente.
A questo punto, il passo successivo è quasi obbligato: tra chi considera i selvaggi come poveri popoli in bisogno di civilizzazione e chi semplicemente considera “naturale” e sacrosanta la loro inferiorità, sono ben pochi coloro che non pensano alle diverse etnie umane inserite in una piramide gerarchica.
Piramide che si ritrova traslata anche nella ricerca scientifica e antropologica del tempo. Siaamo alle origini delle teorie della razza, mentre l’etnografia non riesce ancora a liberarsi di quell’interesse un po’ feticistico che aveva per le “stramberie” dei “meno evoluti”.
Si tratta, in una parola, di etnocentrismo: l’idea che ogni diversità culturale sia da giudicare e valutare secondo i canoni della propria, superiore, cultura.
Tematica fondante del colonialismo è proprio questo tentativo paternalistico di esportare “una cultura migliore” alle popolazioni sottomesse da una società che le è militarmente (ma non moralmente) superiore.

L’Impero Britannico al suo apogeo

Il mito di Robinson Crusoe va scemando con il Novecento. L’esperienza della barbarie di cui l’uomo bianco è capace, nonostante il suo progresso, è un duro colpo per l’autocelebrazione dell’europeo.
Così da Defoe si arriva a Golding, che nel “Signore delle Mosche” opera un capovolgimento completo della “Robinsonade”. In questo romanzo i giovanissimi naufraghi tentano di costruire dal nulla una società funzionante, ma si scontrano col male, il centro oscuro dell’umanità che rende vani i loro tentativi. La loro coesione collassa e da prodotto della perfezione occidentale si ritrovano selvaggi pronti a tagliarsi l’un l’altro la gola per un tozzo di pane.
E’ con questa nuova ottica che l’antropologia ha potuto iniziare a vedere gli altri come semplici diversi e non solo come “inferiori” da educare o sopraffare.

 

Immagini:                                      Fonti:

Copertina;                                       Robinson Crusoe by D. Defoe;

Impero Britannico;                          Il Signore Delle Mosche by W.Golding;

                                                       La Letteratura Postcoloniale by S.Albertazzi

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