La protesta dei rider mascherati: una storia di lavoratori dimenticati

“Per l’azienda non abbiamo un volto, non esistiamo” 

Rider mascherati in protesta a Milano

 

Le recenti proteste dei rider mascherati hanno rivelato l’aspetto più amaro della cosiddetta gig economy. 

Decine di biciclette serpeggiano per le vie di Bologna, cariche di bandiere, cartelli e striscioni, per radunarsi infine sotto le Due Torri. Con l’immancabile zaino a cubo sulle spalle, il volto celato da una maschera bianca che ne protegge l’identità, si dispiega un esercito di fattorini. Praticamente ogni marchio, a giudicare dalla sfilata di coloratissime divise, sembra rappresentato.

Le richieste dei rider si leggono sui cartelli ricavati da cartoni per la pizza e vengono elencate al megafono: “contratti regolari, con assicurazione in caso di infortunio, indennità di malattia e per i giorni festivi e per le condizioni atmosferiche“. Aggiungono inoltre: “Chiediamo un monte ore garantito, non possiamo andare avanti di settimana in settimana senza sapere che cosa l’algoritmo dell’azienda decide su quando e quanto farci lavorare”.

A infondere coraggio nei manifestanti di Bologna é stata un primo, riuscito sciopero del 13 novembre 2017. In quella data, infatti, nel capoluogo emiliano si è verificata una violentissima nevicata, che ne ha reso le strade inagibili e pericolose.

Dal momento che le tre aziende che gestiscono il servizio a Bologna avevano deciso di non sospendere il servizio, i rider avrebbero dovuto comunque lavorare, indipendentemente dalle condizioni estreme. Questo, nonostante i pony express non abbiano nessuna forma di tutela in caso di infortunio. Soltanto due aziende su tre dopo una contrattazione con i propri rider hanno infine deciso di interrompere il servizio, senza però pagare la giornata di lavoro persa ai fattorini.Con lo slogan diffuso sui social “Una pizza non vale il rischio”, i lavoratori si sono dunque impegnati in uno sciopero durato l’intera giornata, con la collaborazione di molti clienti che hanno disdetto le proprie ordinazioni.

 Il flash mob dello scorso 24 novembre, organizzato dalla Riders Union, la neonata forma di sindacato che tutela i diritti dei rider, é solo di una delle numerose manifestazioni diffuse in tutta Italia che vedono questi lavoratori della gig economy protestare contro le proprie aziende.

Con gig economy (letteralmente “economia del lavoretto”) si intende un modello economico, di recente origine ma dalla popolarità sempre crescente, in cui le prestazioni di lavoro non sono continuative ma on demand, ovvero in cui il professionista offre i propri servizi e le proprie competenze solo su richiesta.

L’espressione, che ha progressivamente perso parte dell’accezione originaria, é ormai un termine ombrello che racchiude sotto di sé un’immensa varietà di prestazioni in settori diversissimi, dai servizi di ride sharing come Uber ai servizi di babysitting come Le Cicogne.

Fondamentale per la gig economy il ruolo della tecnologia: come ha dichiarato Lukas Biewald, CEO della piattaforma CrowdFlower, “prima dell’avvento di internet, ti sarebbe stato particolarmente difficile trovare qualcuno disponibile a lavorare per te dieci minuti per essere poi subito licenziato.”.

Due delle modalità più diffuse del modello sono infatti il crowdwork (letteralmente “lavoro nella folla”) in cui il lavoro viene commissionato in outsourcing a terzi tramite una piattaforma online ed il “lavoro a chiamata tramite app”. Nel caso dei rider, il contatto avviene appunto attraverso un’applicazione per smartphone che trasmette in tempo reale le ordinazioni degli utenti ai ristoranti e notifica la consegna da fare ad uno dei ciclo-fattorini che coprono la zona interessata.

Come anticipato, una delle problematiche più serie della gig economy, ormai diffusa in tutto il mondo, riguarda l’inquadramento delle varie figure professionali coinvolte. Le aziende si muovono infatti in una zona grigia della legislazione, che varia da Paese a Paese: i crowdworker sono lavoratori autonomi o dipendenti della piattaforma a cui sono legati? 

Finora le numerose compagnie che si contendono il mercato dei pasti a domicilio non hanno mostrato esitazioni: i corrieri sono classificati come lavoratori autonomi, nonostante lavorino su turni e debbano indossare una divisa, perché liberi, almeno in teoria, di non accettare la consegna.

Secondo l’Ispettorato del Lavoro di Valencia, che ha recentemente concluso un’inchiesta sui ciclo-fattorini spagnoli di una di queste imprese, i rider vanno invece considerati a tutti gli effetti lavoratori subordinati. 

La multinazionale del cibo a domicilio interessata ha annunciato un ricorso contro la multa ricevuta in Spagna per i contributi non versati: nei contratti firmati dai rider, questi sono infatti definiti come «lavoratori autonomi economicamente dipendenti» e «fornitori di servizi», non dipendenti. L’Ispettorato sostiene però che la formulazione adoperata non cambi la natura del rapporto: «La piattaforma non è un cliente del lavoratore ma il mezzo per connettersi con una moltitudine di clienti propri. Il vero contratto deve prevalere sul finto o preteso patto commerciale».

Non é la prima volta che l’impresa di origine inglese viene ripresa per l’uso di una terminologia studiata per limitare al minimo le proprie responsabilità nei confronti dei fattorini. Grazie alla divulgazione di un documento interno all’azienda, il Financial Times ha rivelato l’esistenza di una vera e propria lista di espressioni che il suo staff deve utilizzare nel rivolgersi ai corrieri.

Cose da non dire                                                                                 Cose da dire

Dipendente, lavoratore, parte dello staff/della squadra Fornitore indipendente
Assumere Far salire a bordo
Ufficio assunzioni personale Centro forniture
Contratto di lavoro Accordo di fornitura
Lavorare per Deliveroo Lavorare con Deliveroo
Assegnare dei rider a una zona Far scegliere una zona ai rider
Divisa Kit/equipaggiamento con il logo dell’azienda
Turni, orario Disponibilità
Richiesta di congedo, ferie, vacanze Notifica d’indisponibilità
Assenza ingiustificata Inattività
Inizio turno, inizio sessione, timbratura cartellino Login
Stipendio, salario, guadagni, paga Tariffe
Busta paga, cedolino, resoconto guadagni Fattura
Retribuzione a pezzo, bonus di consegna, prezzo di consegna, tariffa di consegna Tariffe per consegna
Valutazione delle performance Standard di consegna servizio
Organizzazione del lavoro, riunioni disciplinari, (ultimo) avvertimento Revisione dell’accordo con il fornitore indipendente
Licenziare, silurare, dimissioni Interruzione di prestazione

I vantaggi che ricavano le aziende da questa situazione sono innegabili: non occorre così pagare contributi, ferie e permessi per malattia del lavoratore. Anche per i ristoranti il servizio risulta molto conveniente, perché permette di ampliare il proprio mercato senza grandi costi aggiuntivi.

La paga dei corrieri costituisce inoltre un costo irrisorio, variando dai 3 ai 6 euro l’ora. Una delle multinazionali delle consegne è stata duramente contestata dai suoi fattorini per aver introdotto nel 2016 il pagamento a consegna effettuata, eliminando la retribuzione fissa oraria. L’impresa tedesca e in seguito molte altre hanno cioè trasformato il contratto dei rider in una collaborazione a cottimo, in cui ai corrieri vengono corrisposti solo i 2,70 euro della consegna.

Il cottimo rappresenta un ulteriore fattore di pericolo per l’incolumità dei fattorini: la distanza che devono percorrere per raggiungere il cliente o il ristorante può variare da poche centinaia di metri a qualche chilometro e per avere un ritorno utile dal proprio lavoro i rider devono così ingaggiare una vera e propria lotta contro il tempo. Questo spesso significa imprudenze, corse, manovre pericolose nel traffico di grandi città. Un rischio che ricade però solo sulle spalle del corriere: non essendo un dipendente dell’azienda a cui é legato per lui non sono previsti assicurazione in caso di infortunio e giorni di malattia. 

Non esistono standard di sicurezza nemmeno riguardo ai mezzi utilizzati: lo smartphone e la bicicletta o il ciclomotore di cui si servono i rider non appartengono all’azienda, ma agli stessi corrieri. Anche il licenziamento avviene senza tutele: molti ex-lavoratori delle piattaforme riferiscono di licenziamenti ingiusti, avvenuti senza preavviso e scoperti con la cancellazione del proprio contatto dalla chat di WhatsApp usata per definire i turni. Il licenziamento, che non prevede Trattamento di Fine Rapporto, é spesso la punizione che subiscono i corrieri che partecipano alle assemblee delle unioni di rider: non hanno infatti diritto di costituire un sindacato.

Nell’estrema incertezza, la stessa assegnazione delle commesse rappresenta un’incognita per i lavoratori, dato che la piattaforma sfrutta un algoritmo che avvantaggia chi ottiene un punteggio più alto nel meccanismo di rating affidato ai clienti. I più veloci vengono inevitabilmente premiati, lasciando che gli altri scoprano di settimana in settimana quanto e se lavoreranno.

L’unico tentativo di “regolarizzazione” finora riuscito in Europa é avvenuto grazie alla collaborazione tra la cooperativa belga SMart e una delle imprese. L’accordo, rescisso a dicembre 2017, conferiva tutele e diritti a circa 2.000 rider belgi, facendoli risultare dipendenti della cooperativa. I lavoratori hanno reagito con numerosi scioperi e proteste, culminati nell’occupazione della sede centrale dell’azienda a Bruxelles, alla cancellazione dell’accordo da parte dell’impresa, che a fine gennaio ha reso di nuovo i ciclo-fattorini “imprenditori di sé stessi”.

La Commissione Europea, sollecitata più volte a intervenire, ha recentemente approvato una proposta di legge per tutelare il nuovo lavoro occasionale, che coinvolge in tutta Europa quasi tre milioni di persone. Si tratta di un primo, blando tentativo di offrire qualche tutela anche ai corrieri, che potrebbero godere così di una maggiore prevedibilità del lavoro, di un lavoro più stabile (contrattualizzato), del diritto di ricevere una risposta scritta e di una  “formazione obbligatoria” senza deduzione dal salario. Non si parla però di salario minimo orario, previdenza, assicurazione o ferie.

 

Credits immagini:.                     Fonti:

Immagine di copertina.            Sciopero di Bologna

Immagine 1.                                SMart Protesta di Bologna

Immagine 2.                               Gig economy, crowdwork e lavoro autonomo

Immagine 3.                               Rider, condizioni, sentenza Spagna, licenziamenti

Immagine 4.                              appello Commissione Europea  Lessico aziende

 

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