L’igiene mestruale come bene di lusso: la Tampon Tax nel mondo

“Luxury? They are tampons, they are not Ferrero Rocher” Russell Howard

 

L’igiene mestruale non viene considerata in gran parte del mondo un diritto fondamentale. Spesso, infatti, i prodotti per l’igiene mestruale non sono tassati come beni di prima necessità, ma come beni di consumo.

In Italia giace, depositata alla Camera e mai discussa, una proposta di legge del 2016 con un obiettivo molto particolare: quello di portare la tassazione su assorbenti, tamponi, coppette, spugne e altri prodotti per l’igiene mestruale dal 22% al 4%. Caduta nell’oblio per fare fronte a problemi ritenuti più urgenti, la proposta di legge, che veniva portata avanti dal partito Possibile, metteva in evidenza una spesa iniqua che la maggior parte delle persone di sesso femminile si trova ad affrontare ogni mese per decenni.

L’IVA al 22% é infatti la tassazione destinata ai beni di lusso, non necessari alla sussistenza, come tablet o gioielli. Si tratta di un vero e proprio paradosso, considerando che quella per i prodotti per l’igiene mestruale costituisce invece la spesa indispensabile per un bene primario.

Il costo eccessivo di questi articoli rappresenta un problema diffuso a livello internazionale, conosciuto in ambiente anglosassone come Tampon Tax. Non si tratta di una tassa specifica, ma della classificazione di tali prodotti come beni di consumo non indispensabili, ai quali si applica pertanto la stessa forma di tassazione indiretta. Dal momento che molti Stati praticano un’esenzione da questa tassazione su prodotti sanitari ritenuti indispensabili, abbassandone i costi, molti attivisti chiedono un trattamento equivalente per i prodotti per l’igiene mestruale.

Il primo Stato al mondo a eliminare ogni forma di sovrapprezzo su assorbenti, tamponi e occorrente per la salute mestruale é stato il Kenya, nel 2004. Il Paese intendeva così combattere il fenomeno dell’abbandono scolastico da parte di ragazze e bambine, che nei giorni delle mestruazioni spesso non escono di casa. Non si tratta solo di un’imposizione sociale dovuta alla vergogna per il ciclo mestruale, ma anche di una vera e propria mancanza di mezzi. Le adolescenti infatti sono costrette a bloccare e raccogliere il flusso con oggetti di ogni tipo, come stracci, carta e fango, spesso causa di malattie e infezioni. Per questo motivo, fondazioni come ZanaAfrica si impegnano nella fabbricazione e distribuzione di prodotti per l’igiene mestruale per donne e ragazze dell’Africa orientale.

Sono pochissimi gli Stati che condividono la stessa politica di non tassazione su tali articoli: Giamaica, Nicaragua, Nigeria, Tanzania, Libano, Irlanda e negli Stati Uniti Connecticut, Florida, Illinois, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Jersey, New York e Pennsylvania. Il Kenya é inoltre uno dei pochi Stati dove non esiste una tassa sull’importazione dei prodotti sanitari, compresi quelli per l’igiene mestruale.

La situazione del resto del mondo é invece molto variegata. In Australia assorbenti, coppette, spugne e tamponi rientrano tra i prodotti sanitari, che hanno una tassazione del 10% inferiore a quella dei beni di consumo, mentre il Canada ha eliminato la propria Tampon Tax a metà 2015, a seguito di una petizione online che aveva raccolto migliaia di firme.

L’Unione Europea, come deliberato il 17 marzo 2016, consente invece ai suoi Stati membri di applicare la tassazione che preferiscono sugli articoli per l’igiene mestruale, entro determinate limitazioni. I Paesi dell’Unione sono infatti tenuti a tassare tra il 17% e il 25% i beni di consumo attraverso la forma indiretta della value-added tax, con una significativa riduzione per i prodotti considerati come beni necessari. Non é più possibile applicare però una zero-value, ovvero non tassare i prodotti anche di prima necessità. L’Irlanda é l’unico Stato membro a poterla ancora praticare sui prodotti per l’igiene mestruale, dal momento che qui l’esenzione é entrata in vigore prima del decreto dell’Unione e in quanto soggetta ad una clausola di riservatezza limitata non è stata abolita.

 

Una situazione decisamente diversa é quella della Slovacchia, dove la Tampon Tax é del 20%. La regista slovacca Diana Fabianova interpreta ciò come una forma di disinteresse della politica nei confronti della questione femminile e afferma che non é stato programmato nessun cambiamento. Secondo la regista, il regime comunista sotto cui si trovava il Paese durante le principali rivoluzioni femministe europee ha comportato un ritardo che dura ancora oggi nel riconoscimento dei diritti delle donne slovacche.

Molto controversa invece la questione nel Regno Unito. Dalla sua entrata nella Comunità Economica Europea nel 1973, il Regno Unito ha infatti introdotto la value-added tax anche sui prodotti sanitari, riducendola nel 2000 al 5%. Attualmente é la tassazione più bassa possibile dopo il decreto dell’Unione Europea menzionato, ma l’imposizione non ha mai raccolto grandi entusiasmi. Durante la campagna elettorale del 2015, il partito euro-scettico UKIP (UK Independence Party) aveva promesso con l’uscita dall’Unione Europea la reintroduzione della non tassazione su prodotti sanitari. Lo stesso allora Primo Ministro David Cameron aveva definito la questione come qualcosa da tempo in sospeso e nel 2015 non aveva nascosto il sostegno alla campagna Stop Taxing Periods.

La campagna era stata ideata nel maggio 2014 dalla studentessa e attivista inglese Laura Coryton, oggi ventiquattrenne, con l’obiettivo di abolire la Tampon Tax nel Regno Unito e introdurre la zero-value sui prodotti per l’igiene mestruale. Stop Taxing Periods, nata da una petizione online su Change.org, si é rivelata, anche a detta del CEO della piattaforma, uno dei più brillanti esempi di “clicktivism” attuali, raccogliendo nel 2015 più di 320.000 firme. Iconiche inoltre le manifestazioni a favore della campagna: numerose donne britanniche sfilavano indossando pantaloni bianchi durante il ciclo mestruale, mostrando pubblicamente le macchie di sangue.

Nel marzo 2016 il Parlamento Britannico ha approvato un emendamento sulla Tampon Tax nel Regno Unito, portato avanti dalla Laburista Paula Sherriff e il Cancelliere George Osborne, che aveva menzionato la campagna nel suo Autumn Statement del 2015, si é impegnato ad abolire la tassa. L’emendamento diverrà legge nell’aprile 2018 e Coryton ha inaugurato periodwatch.org per monitorarne l’attuazione.

La situazione statunitense é invece assai divisa, con variazioni molto significative da Stato a Stato. Tranne Alaska, Delaware, Montana, New Hampshire e Oregon, ogni Stato tassa infatti le “proprietà tangibili individuali”, facendo però eccezione per beni considerati di prima necessità, come alimenti, protesi e prescrizioni mediche. Ad inizio 2016, Cristina Garcia e Ling Ling Chang, membri della California State Assembly, hanno formulato una proposta di legge per eliminare la Tampon Tax nel loro Stato. Garcia notava infatti che ogni donna californiana paga circa 7 dollari al mese per 40 anni di tasse sui prodotti per l’igiene mestruale: il calcolo finale era di 20 milioni di dollari in più di tasse rispetto alla controparte maschile.

Fino a quel momento, pochissimi Stati americani applicavano una specifica esenzione su questa tipologia di prodotti e le due politiche evidenziavano la discriminazione insita nella tassazione. Le donne sembravano infatti essere punite solo perché donne, dato che si trovavano addosso un notevole fardello economico per una spesa che non potevano scegliere. Chang e Garcia mettevano inoltre in luce come la discriminazione risultasse ancora più pesante per le donne con basso reddito e individuavano la radice del problema nel tabù sociale che circonda le mestruazioni. Con il voto per l’abolizione della Tampon Tax, la California ha aperto la strada ad altri Stati, nonostante il provvedimento sia stato qui invalidato dal governatore Jerry Brown. Gli Stati di New York, Connecticut e Illinois hanno infatti eliminato la tassa nel 2016, mentre la Florida nel giugno 2017.

 

 

Credits immagini:                       Fonti:

Immagine di copertina.             BBC news

Immagine 1.                                Wikipedia

Immagine 2.                                 ZanaAfrica

Immagine 3.                                 Il secolo XIX

.                                                   The Independent UK

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