Batracomiomachìa: un manuale di parodia moderna?

“Si cresce davvero la prima volta che si ride di se stessi” (Ethel Barrymore)

Dissacrare, sbeffeggiare e irridere: uno degli sport preferiti dell’essere umano, da sempre. Uno sport diventato ancora più creativo con la nascita dei grandi cicli epici e della commedia, nella Grecia antica, uno sport con un nome: parodia. Deformazione del canto (par-odìa), storpiatura sia nel contenuto che nella forma dei temi ‘ufficiali’ della tradizione omerica di Iliade, Odissea e dei miti ufficiali dell’antica Grecia. Uno degli esempi più interessanti è la cosiddetta Batracomiomachìa, la ‘battaglia dei topi e delle rane’, composta per dileggiare i grandi poemi omerici e che offre interessanti spunti in chiave moderna sui meccanismi comici impiegati.

 

Batracomiomachia e Svarione degli anelli: gemelli separati alla nascita?

Battaglie epiche. Momenti decisivi. Eroi coinvolti in eventi epocali. Come la guerra di Troia, o come la battaglia del fosso di Elm o dei Campi Pelennor. Entrambe saghe epiche, entrambe oggetto delle più feroci parodie in età antica e età contemporanea. Ma come?

Il primo meccanismo del riso è quello dello straniamento, della ridicolizzazione di quello che è il principio di ogni poema epico che si rispetti: il proemio. Il poema parodico comincia con un tono solenne, degno di Iliade e Odissea: “Supplico, qui, nel principio, che scendano giú d’Elicona le Muse in coro a me nel seno, ed ispirino il canto” per poi cambiare registro: “supplico che l’immane contesa, il tumulto di Marte, io faccia a tutte quante suonare le orecchie mortali, come sovressi i ranocchi piombarono e vinsero i topi”.

La combinazione di registro estremamente formale e termini inaspettati fornisce la base di una delle figure base della parodia, da sempre: l’aprosdoketon, l’inaspettato. “Tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi anelli: tre furono dati agli elfi, i fornitori di ogni tipo e varietà di marijuana allora esistente”. In entrambi i casi, l’incipit solenne, vira in maniera inaspettata su un argomento ridicolo.

Nomi “parlanti” e genealogie improbabili

La comicità nelle parodie dell’epica sgorga anche dalla dissacrazione del nome, deformato e reso assurdo o incomprensibile tramite nomi parlanti che alludono in maniera diretta ai temi trattati o genealogie improponibili che hanno come effetto – invece della riverenza – una sonora risata. Ad esempio, il capo della fazioni dei topi, opposta alle rane, è il topo Rubamolliche che così si presenta: “perché la stirpe mia chiedi tu? La conoscono tutti gli uomini, i Numi tutti, gli uccelli che volano in aria: Rubamolliche sono, se chiedi il mio nome: son figlio del generoso Rodipagnotte: la mia genitrice fu Leccamàcine, figlia del Sire Rosicchiaprosciutti.”

Ne “Lo Svarione degli Anelli”, proprio nel momento in cui stacca l’anello dalla mano di Sauron, Isildur è definito “Buscopan, figlio di Actimel”. Un meccanismo complementare a nomi inconsueti – un’altra forma di aprosdoketon – si può ritrovare ad esempio in “Tel chi è el telun” di Aldo Giovanni e Giacomo con l’apparizione di “Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Ishtar, della terra desolata dei Kfnir, uno degli ultimi sette saggi: Pfulur, Galér, Astaparigna, Sùsar, Param, Fusus e Tarìm”.

Un ultimo meccanismo comico legato ai nomi è quello dei cosiddetti “nomi parlanti”, nomi che hanno un significato molto chiaro per quanto siano palesemente di fantasia: rimandano ad una situazione di vita concreta o ad una cosa. Come nel caso di Rubabriciole (re dei topi) e Gonfiagote (re delle rane) nella Batracomiomachìa, di Ganjalf e Arabong nello Svarione.

La comicità dello “stomaco” 

Nell’economia complessiva della parodia così come della commedia, tutto ruotava intorno a tre temi classici: cibo e bevande, denaro e sessualità. La componente più vicina allo “stomaco”, istintuale e dionisiaca. Questo “stomaco” si è ampliato con il passare del tempo anche a temi ulteriori: nelle parodie e nelle commedie moderne, lo sport e in particolare il calcio sono diventati temi di moda.

Nella Batracomiomachia, a scatenare la guerra è l’inganno del re delle rane Gonfiagote che si offre di trasportare il re dei topi sull’acqua dello stagno per fargli vedere la sua casa, ma giunto a metà strada lo lascia affogare, anche per le sue continue vanterie sui cibi che egli consumava in contrapposizione a ciò che rimaneva agli abitanti dello stagno. Oggi come oggi, le parodie sulle abitudini culinarie di Giampiero Galeazzi sarebbero un buon metro di paragone.

La capacità di far ridere si incardina qui su temi vicini al vissuto quotidiano: c’è poco da stupirsi che una parodia italiana della scena della carica dei Rohirrim ai campi di Pelennor, sotto le giganti mura di Minas Tirith, in una delle scene emotivamente più intese, metta in bocca a re Rolloden (Theoden), queste parole: “oggi nun ce stanno sconfitte, nun ce stanno manco i calci di rigore! Oggi non ci stanno né romanisti, né laziali, oggi ce stanno i romani!”.

Messaggio solo demenziale?

Mentre le parodie troppo spesso sono tacciate di svilire il significato “alto” di certe narrazioni, tuttavia ad un secondo livello di lettura si rivelano molto interessanti. La colossale quanto inutile guerra tra rane e topi che richiama la guerra di Troia, pare ridicolizzare la narrazione omerica mediante il calco del suo tratto più distintivo: la formula, nella descrizione dell’esercito di topi in formazione: “E pria, verdi baccelli di fave, che avevano roso, tutta la notte a veglia restando, spaccarono a mezzo, ne congegnaron gambiere, ne fecero schermo agli stinchi. Poi, con sagacia molta, spellarono un gatto, ed a pezzi fattone il cuoio, e di giunchi copertolo, fecero usberghi: d’una lucerna il fondo rotondo serviva da scudo: lunghi lunghi aghi, bronzea fatica di Marte, fur lancie: cinsero per elmetto un guscio di noce alle tempie.”

Infine è Zeus a porre fine a questa guerra inutile mediante l’intervento di un esercito di granchi, che assale i topi, vanificando la loro sete di sterminio. Atena, l’altra grande divinità chiamata in causa e attrice principale nella guerra di Troia  si era tirata fuori dai giochi: non aveva in simpatia né i topi – infestavano i suoi templi – né i ranocchi – non la facevano dormire la notte. La Batracomiomachia sembra lanciare un messaggio abbastanza chiaro contro la futilità della guerra, allo stesso tempo ridendo della verbosa poesia epica, ridicolizzata nei suoi elementi caratteristici: interventi divini, formule e nomi dei protagonisti con relative, ridicole genealogie.

Resta da chiedersi: oltre la risata, oggi cosa resta? Si pensi all’ultimo caso, alla carica dei Rohirrim che può aver successo solo se romanisti e laziali si sentono romani prima che tifosi di una squadra. Dice qualcosa della società e di come gli italiani prendano – per dirla con Winston Churchill – una guerra per una partita di calcio e una partita di calcio per una guerra?

Fonti:

D. Del Corno, Storia della letteratura greca

 

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