Violenza e società, quando le spiegazioni a volte sono troppe

“La violenza è semplice, le alternative alla violenza sono complesse”, Friedrich Hacker

All’indomani dell’uccisione di Martin Luther King, il 4 aprile 1968, Bob Kennedy si recò a Cincinnati per placare gli animi degli americani sul piede di guerra per la morte del reverendo King. Contro il parere delle autorità, che temevano per la sua incolumità, pronunciò uno dei discorsi destinati a rimanere nella storia: è il celebre discorso contro la violenza, che a quasi 50 anni di distanza offre ancora spunti di attualità su diversi temi: dalla speculazione politica sui crimini alla celebrazione mediatica della violenza per finire con il confronto con l’altro, il diverso, dettato dal timore e dalla paura.

 

“This is a time of shame and sorrow. Today is not a day for politics”

L’incipit è semplice e diretto quanto sferzante: quante volte si specula sulla morte delle persone? La morte è morte, a prescindere dal colore della pelle, dell’appartenenza sociale, economica o politica. Se ripensiamo a quante volte un delitto o un crimine viene usato come una clava contro un’intera classe sociale o politica, c’è da chiedersi: cui prodest? A chi giova? All’unità della nazione? Alla compattezza del suo tessuto sociale?

Togliere la politica dalla morte di chi come il reverendo King aveva votato la sua vita ad una dimensione non solo spirituale ma politica, significava restituire agli americani la sua dimensione più reale, più umana. La violenza non può essere dunque catalogata sotto categorie politiche che pretendano di comprenderla nella sua totalità, come il fascismo, il comunismo o il razzismo. L’atto violento dev’essere conosciuto nelle sue radici, combattuto con mezzi pacifici ed estirpato: questa era la lezione di Luther King e del Mahatma Gandhi: “occhio per occhio e il mondo diventerà cieco”, diceva il maestro indiano.

“We glorify killing in movies and television and we call it entertainment”

L’involuzione violenta della società moderna è sotto gli occhi di tutti. Sempre più diffuse dai media sono le notizie di bambini e anziani picchiati a scuola o negli ospizi da persone che si dovrebbero occupare della loro salute, della loro istruzione. Se osserviamo i casi di cronaca nera da più vicino, la violenza sembra diventata il modo di rispondere ad una nota sul registro, ad un rimprovero al figlio da parte dell’insegnante, al rifiuto di una donna di ritornare con il proprio ex.

La violenza sta progressivamente pervadendo la società senza filtri: anzi, essa trova ampio spazio, quasi magnificata in telegiornali, film e videogiochi. Se le immagini di sparatorie, pestaggi e bullismo vengono propinate in prima serata tv come se fossero uno “spettacolo” senza filtro, rischia di instaurarsi un legame con comportamenti di tipo aggressivo? La risposta, secondo diverse agenzie di studio statunitensi, è positiva. L’esposizione dei minori a scene di violenza che nella maggioranza dei casi restano impunite e sganciate da ogni analisi delle conseguenze a livello umano può essere ovviata solo in presenza del fattore più determinante nell’educazione: i genitori.

“We learn to look at other men as aliens…”

“Quando insegni a un uomo ad odiare, ad avere paura del suo fratello, che esso è un uomo inferiore per il suo colore… quando si insegna che chi è diverso da te minaccia la tua libertà o il tuo lavoro o la tua casa o la tua famiglia, allora si impara ad affrontare l’altro non come un compatriota ma come un nemico… impariamo a guardare ai nostri fratelli come alieni”.

Quante volte si sente la frase “se l’è cercata” o “se l’è meritata” rispetto ad episodi di violenza? Magari rispetto a persone che non si conoscono ma si dà per scontato – data l’appartenenza ad un certo dato etnico, politico o religioso – che riflettano un determinato modo di essere. Il rischio è eliminare ogni capacità di empatia a livello umano, che viene meno quando si decide di narrare e dare più spazio alle storie degli aggressori che a quelle delle vittime. Basta chiedersi: forse qualche esponente politico di spicco è andato a trovare i feriti della sparatoria di Macerata nei giorni immediatamente successivi?

La risposta è tristemente no: forse le storie più “interessanti” sono altre, quelle degli aggressori e dei carnefici, alla cui violenza si cerca sempre di trovare una spiegazione sociologica di altissimo profilo. L’espressione “mindless menace of violence” di Bob Kennedy può essere un interessante a tal proposito: è solo la minaccia della violenza a non aver senso o è la violenza stessa a non averlo?

“They seek, as do we, to live their lives in purpose and fulfillment…” 

La grande sfida del discorso di Bob Kennedy sulla violenza era l’annullamento dei muri e delle barriere che spesso ci si impone con la propria mente. Una sfida valida ancora oggi, perché quando regna la convinzione che chi è diverso da me in realtà non condivide nulla, lì nasce il germe dell’alienazione e della violenza. Perché se non c’è alcuna possibilità di convivenza, allora il respingimento diventa la soluzione più immediata, oltre che più comoda. Seguendo l’argomentazione di Kennedy: “We learn to share only a common fear – only a common desire to retreat from each other – only a common impulse to meet disagreement with force.”

Insistere sulla comune umanità, sui vincoli chiesti dalla civile convivenza senza lassismo ma con comprensione reciproca. Riportare alla luce ciò che viene più spesso sepolto dalla violenza: l’umanità, la persona. Allora diventa ugualmente inaccettabile il brutale e insensato omicidio di una studentessa e la risposta violenta a “quelli là”, come li ha definiti un abitante di Macerata. Si può così chiedersi se ha senso dire che anche una sola di quelle persone “se l’è andata a cercare”, come a volte malignamente si dice. Cinquant’anni dopo, la strada da fare contro la violenza è ancora lunga.

 

Fonti:                                                                Photo credits:

Avvenire                                                           Copertina: Pixabay

Il Fatto Quotidiano                                           Foto 1: Wikipedia

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