Gli italiani e lo straniero: le parole dell’immigrazione

“Sono un cittadino, non di Atene o della Grecia, ma del mondo”, Socrate

In Italia, il dibattito sull’immigrazione si fa sempre più acceso. Si nota però un uso non sempre consapevole di termini come “clandestino”, “rifugiato”, “richiedente asilo” e “migrante” da parte di media ed esponenti politici.

Anche se sembrano essere percepiti come sinonimi intercambiabili, ciascun termine ha un differente significato nel dettato normativo e lo stesso Testo Unico dell’Ordine dei Giornalisti impone ai professionisti dell’informazione l’esattezza nell’uso della terminologia.

L’espressione “migrante“, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, non possiede una definizione universalmente riconosciuta. Generalmente viene chiamato “migrante” chi si sposta in maniera volontaria dal proprio Paese di origine per migliorare le proprie condizioni sociali ed economiche. Le politiche migratorie in Italia vengono disciplinate dal Testo Unico sull’immigrazione.

Sono definiti “migranti regolari” coloro che stazionano nel Paese di accoglienza dopo il rilascio di un permesso di soggiorno.

La definizione di “migrante irregolare” é invece più ampia: si diventa tali qualora l’ingresso nel Paese ospite avvenga illegalmente oppure se, entrati nel Paese regolarmente, vi si rimane dopo la scadenza del proprio visto o permesso di soggiorno, oppure dopo un ordine di allontanamento.

Il termine “clandestino“, molto diffuso in Italia e privo di un equivalente internazionale, viene utilizzato in maniera spesso inappropriata per indicare i migranti irregolari. L’espressione, che non corrisponde ad uno status giuridico, si riferisce a chi entra illegalmente nel Paese e a chi si trattiene sul suolo nazionale dopo un ordine di esplusione, ma viene correntemente estesa in maniera giuridicamente inesatta anche a chi non ha rinnovato i propri permessi dopo la scadenza e ne è temporaneamente privo, a chi non ha ancora adempiuto a tutti gli obblighi burocratici per ottenere l’ufficializzazione del proprio status o a chi possiede un visto non adatto alla propria condizione.

Il termine, che costituiva originariamente un aggettivo, é stato ampiamente diffuso e utilizzato dai media e dalla politica, tanto da entrare nel lessico comune, ma non compare in nessun testo di legge. Neppure il Testo Unico sull’immigrazione, che all’articolo 10 bis disciplina il cosiddetto “reato di clandestinità”, usa mai questa espressione, definendo il reato “ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”. Si fa esplicitamente riferimento alla “lotta all’immigrazione clandestina” soltanto all’articolo 19 del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la grande Giamahiria araba libica popolare socialista”, non più in vigore dal 2011.

La Carta di Roma ha pertanto sollecitato i giornalisti a non utilizzare il termine, che ha assunto una forte connotazione negativa.

Come anticipato, l’immigrazione irregolare é divenuta reato penale in Italia nel 2009, con le leggi del cosiddetto “pacchetto sicurezza“, che prevedono un’ammenda tra i 5.000 e i 10.000 euro per il migrante che entra illegalmente nel territorio italiano. Nel 2014 la Camera, all’interno di una legge sulle pene detentive non carcerarie, ha tentato di depenalizzare il reato attraverso una legge delega che conferisse al Governo 18 mesi per promulgare un decreto legislativo a riguardo. Tuttora però permane un vuoto normativo e il reato continua a suscitare perplessità: già nel 2010 la Corte costituzionale infatti aveva stabilito che i migranti irregolari non costituiscono un pericolo sociale per la loro semplice condizione.

Si riscontra anche l’uso indiscriminato dell’espressione “rifugiato”. Secondo la definizione della Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata dall’Italia con la legge 722 del 1954, il rifugiato è “una persona che nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato. Il rifugiato è anche chi essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.”

Nel diritto internazionale la condizione di “rifugiato” costituisce uno status giuridico riconosciuto, che può essere revocato qualora il soggetto interessato chieda protezione allo Stato di cui è cittadino, ottenga una nuova cittadinanza o ri-ottenga quella originaria oppure faccia ritorno volontariamente allo Stato di provenienza perché le condizioni di pericolo sono cessate.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati indica con l’espressione “richiedente asilo” chi, dopo aver lasciato il Paese d’origine e aver fatto richiesta di asilo altrove, é in attesa del riconoscimento del proprio status di rifugiato da parte dello Stato ospite. L’Italia sancisce il diritto d’asilo nel comma 3 dell’Articolo 10 della propria Costituzione: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

In materia di diritto d’asilo, l’Italia si rifà in particolare alla Legge Bossi-Fini e ai decreti legislativi che attuano le direttive comunitarie sull’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri (in particolare il il D.lgs. 25/08 e D. lgs 251/07). Manca tuttavia una legge organica che garantisca l’accesso a un sistema strutturato di assistenza ed integrazione.

 

Fonti:                                      Credits immagini:

T. U. immigrazione              Copertina

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Clandestino

T.U. O. Giornalisti

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