Asia Centrale, la “terra dalle mille città” della cultura

“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.”
(Hans Georg Gadamer)

 

Ci sono un iraniano, un kazako, un tagiko e un uzbeko. No, non è l’inizio di una barzelletta: è l’inizio di una storia molto affascinante. La storia della diffusione della cultura e della scienza in una lontana, un’inaspettato tesoro di cultura: l’Asia centrale. Una vera “età dell’oro” derivata dall’incontro della cultura e della scienza indiana con quella araba. “La terra dalle mille città”, così la chiamava il gegrafo greco Strabonem, comprendeva la parte nord-orientale dell’attuale Iran, la parte meridionale del Kazakistan, le attuali repubbliche di Turkmenistan, Uzbekistan e Kirghizistan, parte dell’attuale Afghanistan e la regione cinese dello Xinjiang, gegoraficamente più vicina a Kabul che a Pechino. Di questa età di progresso ricordiamo i filosofi al-Farabi e Avicenna, l’astronomo al-Biruni e il matematico al-Khwarizmi.

Filosofia “araba”?

Nei manuali di storia filosofia medievale si sente parlare di filosofia “araba” che influenzò l’Occidente medievale. Tale affermazione è corretta dal punto di vista metodologico anche se con una importante precisazione da fare. Tutte le opere di filosofia nate nel mondo islamico e conosciute in Occidente furono tradotte dall’arabo in latino. Tuttavia, numerosi dei pensatori più influenti nel mondo musulmano non erano arabi: Avicenna era iraniano, Averroè spagnolo, al-Farabi kazako e la loro lingua madre non era l’arabo.

Il mondo arabofono non è dunque l’unico a conoscere la proliferazione culturale innescata dai contatti con mondo greco ma anche mondo indiano: infatti, l’Asia centrale si poneva esattamente come passaggio obbligato tra mondo arabo e mondo indiano, raccogliendo gli stimoli culturali provenienti dalla falsafa, la filosofia sviluppata nella Baghdad dei califfi abbasidi, anch’essi di origine iraniana.

Avicenna e al-Farabi, i filosofi

Iraniano della regione di Khorasan fu il filosofo musulmano per eccellenza, Ibn Sina (980-1037, sotto nel busto), studioso di tutte le branche del sapere filosofico ma anche grande medico, autore del Canone, vera Bibbia della medicina latina medievale. Oltre al Canone, fu tradotta in latino la sua grande enciclopedia “Libro della Guarigione” (Kitab al-Shifa’), le cui sezioni su logica, fisica e metafisica sono una pietra miliare nella recezione medievale del pensiero greco-arabo. Di lui restano anche opere anche in persiano, la sua lingua madre.

Di origine kazaka, probabilmente di una etnia turcomanna fu invece al-Farabi (870-950), eminente studioso di logica e metafisica della scuola aristotelica di Baghdad. Con la sua opera sulla metafisica, tesa a conciliare le filosofie di Platone e Aristotele fu capace di influenzare il pensiero di un gigante come Avicenna: non a caso una delle sue opere più famose è “L’armonia delle opinioni dei due saggi, il divino Platone e Aristotele”. Al-Farabi eccelse in metafisca ma anche in logica: non solo interpretò in maniera brillante le opere aristoteliche di logica, ma concepì la logica come grammatica universale del pensiero, applicabile a qualsiasi linguaggio.

Al-Biruni, l’astronomo

Uno dei maggiori astronomi di area persiana, originario della provincia del Khwarizm (Tagikistan) fu indubbiamente al-Biruni (973-1048). Mente eclettica, esperto di astronomia e di linguistica, di matematica e di filosofia come di teologia. Dopo una serie di traversie nel primo periodo della sua vita, riuscì a trovare nella corte dei re samanidi di Gurganj un ambiente adatto alla sua professione di intellettuale. Tra i suoi colleghi figurava anche un giovane Avicenna, con cui ebbe un proficuo scambio epistolare.

Catturato e trascinato in India dai nuovi sovrani della regione, scrisse una Storia dell’India in cui per la prima volta si comparavano Islam e induismo. Nel Canone Masudico, analizzò il moto e l’accelerazione dei corpi celesti basandosi per lo più su dati sperimentali, criticando fortemente la filosofia naturale di Aristotele, basata più sulla metafisica che sull’osservazione. Nella sua opera capolavoro, La determinazione delle coordinate delle città, partendo da un complesso sistema di misurazione degli angoli che gli permetteva di calcolare l’altezza di una montagna misurò con uno scarto inferiore all’1 percento di errore la circonferenza della terra (circa 40 000km, cfr. immagine sotto). Al netto dei limiti della sua teoria, basata sul geocentrismo e che riteneva la Terra sferica, si dimostrò un astronomo di nitido ingegno.

Al-Khwarizmi, il matematico

Nato nella parte uzbeka della regione di Khwarizm da cui prese il nome, al-Khwarizmi (780-850) fu uno dei primi matematici a introdurre nel mondo musulmano e arabo della Baghdad di IX secolo il sistema di numerazione indiano. La prima opera di rilievo fu Il libro dell’addizione e della sottrazione secondo il calcolo indiano andato però perduto. In Occidente il suo sistema di numerazione fu conosciuto grazie al Liber algorismi de numero indorum. Dalla deformazione di questo nome, il nome “algoritmo”.

Tuttavia, anche nel mondo arabo il sistema decimale faticò ad imporsi: lo stesso al-Biruni, nell’opera citata La determinazione delle coordinate delle città utilizzò sia il sistema decimale indiano che il sistema – molto in voga ai tempi – sessagesimale tipico del mondo babilonese. Dal mondo matematico indiano al-Khwarizmi prese anche il concetto di zero, sunya “vuoto“, sifr in arabo. Sifr fu recepito in due modi nel Medioevo latino: sifr divenne zephirum e poi “zero”, dall’altra divenne il termine astratto “cifra”. 

Via della Seta o via della cultura?

Al-Khwarizmi, al-Biruni, al-Farabi e Avicenna non sono poi che una punta di un iceberg ben più profondo, di un movimento culturale diffuso capillarmente grazie alla favorevole posizione in termini commerciali – dall’Iran allo Xinjiang era il percorso della famosa Via della Seta – in una regione molto ampia che univa territori che noi non penseremmo minimamente influenzati da una comune cultura. Chi avrebbe mai detto che Iran e Xinjiang cinese  possano aver condiviso – anche se in parte e in un periodo storico determinato – comuni radici culturali, legate non solo da una Via della seta ma da una Via della cultura e della ragione?

 

Fonti:

Frederick Starr, L’illuminismo perduto, trad. it. di Luigi Giacone, Einaudi, Torino, 2017.

Jim al-Khalili, La casa della Saggezza, trad. it. di Andre Migliori, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.

Cleophea Ferrari – Cecilia Martini, al-Farabi in Storia della filosofia nell’Islam medievale, vol. I, a cura di Cristina d’Ancona, Torino, Einaudi, 2005.

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