“L’algoritmo al potere”: vita quotidiana ai tempi di Google

“– Che cos’è Internet?
– Sta dentro ai computer, Chappie. Ti aiuta a trovare le cose che non sai.
– Io voglio… voglio questo internet!”, Humandroid

In periodi di forte propaganda politica (e non solo) in ogni angolo del web, può essere utile la lettura di un libro come “L’algoritmo al potere“, in cui l’autore Francesco Antinucci, pur mettendo in luce le grandi potenzialità e migliorie tradotte in atto dai nostri mezzi digitali, sottolinea anche alcuni pericoli che si celano in agguato, sotto le spoglie di un semplice “click”. 

Francesco Antinucci principia l’analisi mettendo in guardia rispetto all’atteggiamento noto come “determinismo tecnologico“: il legame causale tra cambiamento tecnologico e mutamenti socioeconomici è infatti illusorio, il «caso» gioca spesso un ruolo fondamentale (come mostra del resto la storia delle maggiori scoperte scientifiche), e gli eventi più importanti, proprio per la loro origine causale-opportunistica, necessariamente ci sfuggono (se il CERN, per dirne una, non avesse messo a disposizione di tutti e gratuitamente, il World Wide Web appena sviluppato, rinunciando ai diritti d’autore, Internet non avrebbe conosciuto una diffusione così capillare). Così, con un’analisi lucida e spigliata, l’autore mostra i meccanismi sottostanti alla nascita e alla fortuna dei maggiori broswer e applicazioni per “smartphone” utilizzati ai nostri giorni, quali Yelp, Netflix, Google, e ne delinea il viaggio a partire da quel mix di talento e serendipità che accompagna l’incubazione di ogni grande progetto.

Tuttavia, una volta che l’impatto di un’innovazione si svela nella sua natura di Tsunami di cambiamenti, occorre fare un passo indietro e osservare con la distanza del critico anche le conseguenze negative, seppure di difficile o scomoda districazione. Fondamentale domanda preliminare che si delinea agli occhi dello scrittore perciò è: «cos’è l’innovazione tecnologica?», e prima – ingenua – risposta è quella che vede la tecnologia incarnarsi nella macchina, dove innovazione diviene il promuovere le macchine, le grandi edificazioni infrastrutturali (ad esempio l’estensione di una rete Wi-Fi ad un intero territorio). Seconda visione è quella dell’innovazione nel contenuto, nel softwareche non può prescindere dalla forma, dal medium (in questo caso il sito web): ed ecco che nel sinolo forma-contenuto compare il reale punto di svolta partorito dalla Rivoluzione Digitale: una forma-contenuto che emerge nuova, mai esistita nelle epoche precedenti e identificabile come “social networking”, “comunicazione molti-a molti”, nella quale non solo qualunque soggetto della rete è sia ricevente che trasmittente (ciò era vero anche nella comunicazione uno-ad uno), ma è contemporaneamente utente del broadcasting, risponde, come ogni altro utente, ad una stessa comunità di ascoltatori/utenti. Ed è questo tipo di innovazione, proprio perché rappresenta qualcosa di radicalmente nuovo, che non si può comprendere o promuovere intuitivamente, bensì solo analizzare cautamente nei suoi effetti a noi prossimi.

Un importante effetto negativo che Antinucci sembra suggerire, è quello del cosiddetto “mito dell’accesso”, in cui malgrado il numero enorme di informazioni messe a disposizione di click dalla rete, è difficile immaginare di poter valutare la rilevanza e l’attendibilità di una notizia senza una previa e specifica “abilitazione cognitiva”: il motore di ricerca è infatti cieco, non fornisce alcun orientamento sul merito e/o rilevanza dell’informazione trovata, ma anzi cerca con criteri relativi alla pura forma linguistica e alle sue coocorrenze, generando un paradosso in cui chi già conosce potrà beneficiare della nuova informazione, mentre chi non conosce verrà, o ingenuamente ingannato, o disorientato e/o paralizzato dall’enorme numero di scelte.

Più preoccupante traslitterazione di questo fenomeno avviene in campo politico: l’intera cultura del web, difatti, si viene a caratterizzare come una forma di «egalitarismo radicale», nel senso della mancanza di articolazioni gerarchiche, il che comporta la rinuncia ad ogni intermediazione, al riconoscimento di una sua necessità o utilità e infine di una sua legittimità; e così anche in politica, dove le strutture di mediazione culturale e di delega all’azione, i partiti politici, sono in decadenza; dove i cittadini tendono a mostrare sempre più insofferenza e sfiducia verso ciò che i partiti dicono o fanno in quanto loro rappresentanti; sfiducia generalizzata che si traduce in astensionismo, e di nuovo in rifiuto del ruolo.

Francesco Antinucci  mette così in guardia di fronte a quegli strumenti che tendono a promuovere “l’uno come te” in maniera generalizzata, perché pur divenendo la tecnologia fattore importante nel favorire un passaggio alla democrazia diretta, aggiungendosi alle spinte sociale che operano in tal senso, essa è in grado di abilitare il passaggio ad una democrazia che, privandosi di mediazioni e filtri consapevoli, inficia la sua stessa natura mettendo a rischio quegli stessi ideali di giustizia, conoscenza e condivisione alla base del lavoro di tanti pionieri della Rete. Un invito a possedere i nostri mezzi e a non esserne posseduti, a sfruttare le potenzialità della Rete imparando a discernere e dipanare gli interrogativi posti da questa “vita quotidiana ai tempi di Google”.

Valentina Nicole Savino

Credits immagini:                                    Credits articolo:

 

Immagine di copertina  ;             L’algoritmo al potere, Francesco Antinucci

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