L’uomo non discende dalle scimmie: la prospettiva di Darwin.

“An American monkey, after getting drunk on brandy, would never touch it again, and thus is much wiser than most men.” Charles Darwin

La teoria darwiniana è alla base delle discipline biologiche e mediche moderne, ma la sua conoscenza è spesso parziale nella vulgata comune, soprattutto per quanto riguarda la questione dell’evoluzione umana.

Si sa: la modernità digitale ha portato con sè un inedito scetticismo nei confronti del sapere istituzionalizzato. Le voci degli esperti sono sempre più sopraffatte dai vari opinionisti del web che, tra blog, canale youtube e pagina facebook, sono spesso molto più efficaci nel rispondere alle lacune scientifiche che, dopotutto, ogni persona porta con sè.
A volte, però, la realtà necessita di una spiegazione controintuitiva, difficile e priva di pulsante per “mipiaciare”.

È il caso della teoria sulla speciazione di Darwin che, sebbene sia conosciuta a grandi linee da molte persone, è decisamente male interpretata, soprattutto nel caso in cui arrivi a cozzare con credenze e valori culturali e religiosi diversi. Ovviamente, uno di questi casi è l’origine della specie umana.
Prima di tutto: l’uomo non discende dagli scimpanzè. In effetti, la biologia moderna (ma anche lo stesso Darwin) non ha mai sostenuto questo tipo di continuità. Sarebbe infatti curioso se gli scimpanzè (Pan troglodytes) e gli essere umani (Homo sapiens) fossero le uniche specie rimaste in vita di una catena di intermedi estinti.
La realtà è che Homo sapiens e le scimmie antropomorfe condividono un antenato. In effetti, secondo la teoria evolutiva moderna, la maggioranza degli esseri viventi (se non tutti) posseggono una specie antenata comune; le scimmie antropomorfe sono semplicemente le specie viventi con cui l’uomo ha un antenato comune più vicino, ed è pertanto fuorviante dire che gli uomini discendono dalle scimmie.

Un’interpretazione più corretta dell’evoluzione umana

Altra grave incomprensione della posizione darwinista sulla natura è interpretare la selezione naturale in maniera “teleologica” ovvero come guidata da un fine. Spesso, infatti, si considera l’essere umano come l'”apice”, “il prodotto finale” o “lo scopo” della catena evolutiva.
Questa interpretazione ignora forse il carattere più rivoluzionario della posizione darwiniana: non siamo “più evoluti” degli altri animali. Ogni specie è stata selezionata in quanto tale dalle circostanze storico-ambientali a cui è andata incontro; e quindi ogni animale è adatto in maniera eguale al proprio ambiente. Non esiste nessun giudizio di valore nell’evoluzione, perchè non esistono tratti “migliori” di altri: esistono solo tratti che vengono selezionati e altri che non vengono selezionati (ma che lo verrebbero se, per esempio, l’ambiente lo permettesse). In questo senso l’uomo è uno dei tanti risultati dell’evoluzione, e certamente non “il risultato” per eccellenza.

E’ questo ultimo dettaglio ad essere veramente rilevante non solo nella biologia, ma in ogni altro campo del sapere umano, dalla filosofia alla letteratura, ed è un peccato che spesso si riduca l’evoluzione ad un concetto utile solo a chi si interessa di etologia. Homo abilis, erectus, australopitecus sono certo elementi interessanti e fondamentali da studiare, ma forse è da considerare che la didattica scientifica sarebbe più rilevante se schiudesse le vere conseguenze della teoria evolutiva sulla visione antropologica moderna.

 

Fonti                                                      Immagini
L’origine della specie di C. Darwin;       Copertina
Il gene egoista di R.Dawkins                 Evoluzione

 

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