“Ipse dixit”: il principio di autorità tra antichità e Medio Evo / parte 1

“In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto la scintilla di ragione di un singolo individuo.”

Galileo Galilei

Che libro leggo? Che musica ascolto? Che vestito mi metto? Sono tutte domande a cui si può rispondere o in maniera autonoma oppure prendendo un punto di riferimento. Un consiglio da parte di amici fidati, gli artisti con più visualizzazioni su Youtube o le marche di moda più di tendenza e pubblicizzate per i giovani. Ognuna di queste risposte si basa sull’affidarsi ad qualcosa che si ritiene una fonte autorevole di informazioni: un’autorità. “Ipse dixit” è una delle frasi latine che oggi si possono usare per indicare la particolare rilevanza e valore dell’opinione di qualcuno. Quell’ipse ha un nome ben preciso nella storia del detto: Aristotele di Stagira, la cui autorità è stata interpretata in maniera diversa nella tarda antichità, nel mondo arabo e nel mondo latino medievale. Qual è valore dell’ “ipse dixit” nel mondo tardo-antico e della filosofia del mondo islamico?

Platone, il culmine di ogni filosofia

Tipico della filosofia della tarda antichità era l’elaborazione di complessi percorsi di studio tesi a conciliare le dottrine di Platone ed Aristotele. Fu così che a partire da Albino e Andronico di Rodi si elaborarono programmi ordinati di lettura delle opere di Platone, in particolare nelle Accademie di Atene ed Alessandria. Successivamente, le opere di logica aristotelica furono concepite come introduttive rispetto a quelle cosmologiche e metafisiche platoniche: erano i dialoghi platonici a costituire il punto più alto della filosofia. Fu Porfirio a concepire le opere di logica aristotelica come introduttive rispetto agli scritti platonici: “Isagoge”, Introduzione, è infatti il nome della sua opera più famosa.

Questo concetto di autorità platonica fu gradualmente modificato verso una dimensione di compromesso fra le dottrine di Platone ed Aristotele. Non solo la logica, ma anche la Metafisica di Aristotele cominciò ad essere letta nello stesso corso di studi dei dialoghi platonici non più in maniera introduttiva ma integrale anche nei contenuti e non solo nella forma. Questo accadde ad Atene con Damascio, maestro dei grandi neoplatonici come Proclo, che non intese più le categorie aristoteliche (forma, sostanza, materia) come chiave interpretativa del pensiero platonico ma dotate di un valore autonomo.

Al-Kindi e al-Farabi, tra teologia e filosofia

Il tentativo di conciliazione tra i pareri di Platone e Aristotele sopravvisse alla chiusura dell’Accademia di Atene (529) e all’incendio della Biblioteca di Alessandria (642) e arrivò fino al mondo arabo, erede della saggezza tardo-antica. Negli scritti dei più importanti filosofi del mondo islamico, al-Kindi, al-Farabi, Avicenna e Averroè l’autorità di Aristotele e Platone è trattata ciascuno in maniera originale.

Al-Kindi cercò di far coincidere più possibile nelle sue opere di metafisica (Philosophia prima) il contenuto della Metafisica aristotelica con il contenuto della teologia musulmana. Al-Farabi rifiutò questo approccio, più convinto che la teologia potesse essere solo una parte della riflessione sulla metafisica e che le opinioni di Platone e Aristotele potessero essere ricondotte ad un’armonia: scrisse infatti L’armonia dei due saggi, il Divino Platone e Aristotele (nell’immagine sotto invece, una rappresentazione araba di Socrate). In particolare si servì di un testo particolare per dimostrare che “Aristotele” sosteneva la creazione del mondo: la Theologia Aristotelis, riadattamento arabo degli scritti di Plotino, neoplatonico in cerca di una conciliazione tra Platone e Aristotele. Il principio di autorità che questo scritto forniva a Farabi permetteva di risolvere in questo luogo uno dei più annosi casi dell’esegesi aristotelica: l’eternità del mondo.

Avicenna e Averroè: pro o contro Aristotele?

Di questi testi si servì un secolo dopo anche Avicenna, che aveva verso Aristotele un’attitudine molto libera: lo seguiva in maniera fedele nei punti su cui concordava con particolare attenzione alla coerenza logica delle argomentazioni. Se in esse vedeva la mancanza di qualche passaggio logica, cercava di esplicitarlo. Egli non esitava tuttavia a distaccarsi dal grande “Primo maestro” (Aristotele) proponendo esegesi alternative tratte da altri commentatori tardo-antichi (Filopono, Calcidio, Temistio, Alessandro di Afrodisia) o filosofi arabi come al-Farabi che stimava come autorità, “Secondo maestro” dopo Aristotele. Era invece fortemente critico verso il suo contemporaneo Ibn al-Tayyib, che sembrava ripetere in maniera pedissequa le dottrine aristoteliche. Per smontare le sue teorie, fece comprare i suoi libri, anche se per dissuaderlo al-Tayyib chiese un prezzo esorbitante per le sue opere: Avicenna aveva però mandato i suoi discepoli più fidati con l’incarico di comprarli ad ogni costo.

Per Averroè (sopra) invece, l’unica e incontrastata autorità del campo filosofico era Aristotele. Il progetto filosofico di Averroè riuniva religione – vista dal punto di vista della legge islamica, di cui era esperto – e filosofia sotto l’unico metodo dimostrativo contenuto in una delle opere cruciali di logica aristotelica, gli Analitici Secondi. Questo intento divenne evidente nella sua opera “Sull’accordo tra religione (shari’a) e filosofia”. Egli divenne famoso nel Medievo come colui che commentò (Commentator) Aristotele: Dante lo inserì nel Limbo, al fianco di Aristotele, come “colui che il Gran Commento feo”. Fedele ad Aristotele,  Averroè aveva più cose da rimproverare che meriti da attribuire al suo grande predecessore arabo, Avicenna:

“i moderni lasciano perdere i libri di Aristotele e tengono in considerazione i libri dei commentatori […] perché pensano che questo libro (De anima di Aristotele) sia incomprensibile. La responsabilità di ciò è di Avicenna, il quale non ha imitato Aristotele che nella sola dialettica, ma nelle altre discipline ha errato..”.

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Da queste parole di Averroè, si può osservare come il principio di autorità fu declinato in maniera molto eclettica all’interno della storia intellettuale del Medioevo, prima ancora che il Medioevo latino arrivasse al famoso “ipse dixit” dell’Occidente latino di cui si tratterà altrove. Principio di autorità che tante volte è alla base inconscia di decisioni della vita quotidiana, dalle scelte intellettuali più alti a quelle più pratiche e quotidiane.

 

Fonti:                                                                                                                      Photo credits:

Dimitri Gutas, Avicenna e la tradizione                                                                    Copertina: Pixabay                              aristotelica, trad.it., Bari, 2007.                                                                                 Immagine 1: wikicommons

Cristina D’Ancona Costa, La filosofia tardo-antica                                                   Immagine 2: maxpixel                        in Storia della filosofia nell’Islam medievale, vol. I, Einaudi, Torino,2005.

Marc Geoffroy, Averroè in Storia della filosofia nell’Islam medievale, vol. II.

 

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