In internet nessuno sa che sei un cane: il web e l’identità

“Noi siamo sempre sulla scena anche quando pensiamo di essere assolutamente spontanei”
E. Goffman

Le nuove tecnologie di comunicazione hanno spesso interrogato filosofi, sociologi e antropologi intorno alla presentazione del proprio sé online. Molti di loro si richiamano a teorie riguardo l’identità come recita teatrale.

I social network hanno ormai da tempo reso manifesto il concetto della costruzione artificiosa di un’identità posticcia. È ormai noto che le persone amino mostrare un’immagine di sé migliore di quanto sia invece riscontrabile nella realtà. Tuttavia ciò che non è così ovvio è l’estensione dei questo fenomeno.
Infatti si nota la “performance” di un’identità in particolare quando si conosce già l’identità “vera” di una persona e si ha la possibilità di associare quest’ultima a quella “falsa”; per esempio, Facebook è l’ambiente più fertile per questo tipo di considerazione, visto che è un social cha raggruppa persone che già si conoscono nella vita reale.
Tuttavia, se si rimane focalizzati su social analoghi, si rischia di dimenticare l’enorme quantità di siti in cui nella rete è possibile costruire un’identità.
La maggioranza di questi ambiti, per esempio, non richiede un collegamento ovvio tra user e identità fisica della persona. Tumblr, Reddit, Twitter sono tutti siti in cui si può “postare” in relativo anonimato, ed è proprio in questo caso che diviene interessante analizzare cosa significa poter costruire un’identità dal nulla.

Twitter costringe a esprimersi in maniera immediata, poco ampollosa e preferibilmente in tempo reale; Tumblr è costruito invece come network di blog, in cui l’utente esprime i propri interessi o serve una narrazione comune tra sé e la propria community di followers. Se si pensa poi che ogni persona ha un account twitter, tumblr, instagram e facebook allo stesso momento, si può facilmente intendere che ogni facciata online della stessa persone segue regole espressive diverse a seconda dei limiti del social o della community che ne fa parte. Seguendo un’ottica sociologica, si possono immaginare queste istanze come molti “alter ego” che la singola persona adatta ogni volta alle singole circostanze cibernetiche.

Si parla di “performatività”, infatti, quando si pensa all’identità personale come ad una recita, una performance,appunto, di personalità. Il noto sociologo Erving Goffman, ancora prima dell’avvento di internet, parlava di “ribalta”, “retroscena” e “équipe” quando analizzava le varie istanze in cui, nella vita quotidiana, il singolo si presentava secondo varie identità. Un esempio calzante è quello degli inservienti di un ristorante: si tratta di un équipe che tenta di mostrarsi sempre gentile, disponibile e competente davanti al cliente. A questo scopo vengono adoperate uniformi, espressioni e manierismi che possano incontrare le aspettative dei commensali intorno a cosa costituisce un “buon” ristorante. In questo caso la sala da pranzo è considerata una ribalta dove gli sceneggianti incedono reggendo vassoi e bicchieri, oltre che uno smagliante sorriso. Il retroscena permette ai camerieri di cambiare atteggiamento; non di rado questo significa iniziare una performance di bonding con i propri colleghi che passa attraverso l’insulto e la presa in giro dei clienti stessi.

Il testo fondante della prospettiva di Goffman

Il paradigma interpretativo goffmaniano ci permette di esporre il social network come ribalta di un’interpretazione sempre diversa e cangiante della personalità, o forse sarebbe meglio dire delle personalità.

 

Fonti:                                                                               Immagini

“The Presentation of Self in Everyday Life”          Copertina
E. Goffman                                                                Libro

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