Facebook, storia di un conflitto fra informazione e tecnologia

“La prima regola di ogni tecnologia è che l’automazione applicata ad un’operazione efficiente ne aumenterà l’efficienza. La seconda è che l’automazione applicata ad un’operazione inefficiente ne aumenterà l’inefficienza.”
Bill Gates

Travolta dallo scandalo delle cosiddette “fake news”, notizie palesemente false circolate in rete anche attraverso il social network, l’azienda americana ha deciso di affidare ai propri utenti la valutazione delle fonti di informazione. Come? Tramite un semplice questionario in cui si chiede all’utente di valutare l’affidabilità della fonte. Contrastanti sono le interpretazioni date a questo nuovo sviluppo: questa decisione sembra destinata a colpire in maniera indiscriminata le fonti di informazione opposte al proprio orientamento, oppure a polarizzare i tipi di fonti valutate positivamente dagli utenti in quanto vicine alle proprie posizioni. Ma è solo questione di credibilità o la posta in gioco è anche altra?

In principio erano le fake news

Il grande problema che sembra attraversare l’informazione nell’era della tecnologia contemporanea è quello della credibilità delle fonti più che della loro autorevolezza. Negli ultimi anni si è registrata la crescita di siti di informazione alternativa che non hanno spesso esitato a condividere in rete notizie palesemente false, tuttavia recepite e diffuse in ampia misura dagli utenti. Come ha deciso di reagire Facebook?

Stabilire in quanto azienda la credibilità di una fonte non poteva essere una soluzione: che autorità poteva attribuirsi Mark Zuckerberg per stabilire il grado di autorevolezza ha una fonte giornalistica? Di qui il dilemma: affidarsi agli esperti di turno o affidare la valutazione delle fonti ai propri utenti, alla “community” virtuale? Il 19 gennaio, il colosso americano ha optato per la seconda via. Il questionario di valutazione, lungi dall’essere complesso come ci si aspettava, verte intorno a due uniche domande: “Conosci questa fonte?”, “La ritieni affidabile?”

Il luogo giusto per fare informazione?

Per certi versi, banalizzare la valutazione delle fonti apparirebbe pericoloso: si potrebbe giudicare non valida una fonte solo in base al sentito dire, obietta Tom Gara, editorialista di BuzzFeed. Opposta è invece l’interpretazione di Will Oremus di Slate, che prevede l’aumento di popolarità dei siti piccoli vicini alle preferenze degli utenti, favoriti dagli algoritmi di Facebook che suggeriscono le pagine affini a quelle già seguite dagli utenti.

Sorgono quindi dei dubbi sull’efficienza di tale processo, ma anche sulla competenza degli utenti in materia di affidabilità dell’informazione, certificata da organi appositi (FederGiornalismo, ecc.). Sarebbe come pretendere che uno studente valuti la credibilità dell’insegnamento di un insegnante che fa lezione su un tema di cui non sa nulla, ma di cui distribuisce testi in classe. Ma lo studente è in grado di valutare se ciò che legge è affidabile? E ancora: Perché allora l’insegnante distribuisce quei testi se non li ha verificati prima? Tradotto: la tecnologia di Facebook è davvero i luogo adatto per fare informazione?

Qualità o interessi economici?

Di fronte ad una sfida così radicale come certificare la qualità dell’informazione, vale la pena chiedersi se la logica  quantitativa di un social network non sia per natura inadatta a  restituire informazione di qualità. I dati dei siti di informazioni sono spesso riversati passivamente sull’utente, condizionato anche da titoli fuorvianti e attrattivi (clickbaiting) già presenti nel web ma amplificati dalla necessità delle pagine di notizie di ottenere click e mi piace. Fin qui, la soluzione parebbe radicale quanto semplice: tornare alle origini ed escludere i siti di informazione.

In questo caso, tuttavia, entrano in gioco logiche di altro tipo. Sebbene il colosso americano abbia deciso di restringere la quota di informazioni dai siti standard, riducendo dal 5% al 4% il tasso di notizie introdotte nell’algoritmo che determina le informazioni che riceviamo (newsfeed) e privilegiando i contatti alle notizie, Zuckerberg si è immediatamente cautelato garantendo ai giganti dei media (New York Times, CNN ecc.) la presenza – dietro chiaro pagamento – sul social network. In fondo, stiamo sempre parlando di un’azienda quotata in borsa con un valore stimato in miliardi di dollari.

Rischio di spegnere il cervello?

Il rischio conseguente è la creazione di una lista di siti di serie A, su cui il giudizio degli utenti sarà determinante fino a prova – contante – contraria e siti di serie B dotati di minori tutele. Resta dunque da chiedersi se il male non sia forse nella radice, nella distorsione della natura di Facebook. L’espansione continua e sagace del social network  a tutti i contenuti più appetibili della rete (video, foto) per fidelizzare gli utenti ha inghiottito anche la sfera dell’informazione.

Gestita secondo la logica delle “amicizie in comune”, il risultato dell’informazione targata Facebook è la polarizzazione. L’utente è spinto a leggere e informarsi su contenuti di orientamento affine a quello che già possiede, senza portarlo di per sé ad esercitare la propria critica. La prima domanda è: ne abbiamo bisogno? O è meglio che gli utenti provino – anche se con tutti i difetti – a sforzarsi di trovare autonomamente delle fonti – anche avverse alle prove posizioni – a cui attingere e condividere sui social, lasciando che sia la loro coscienza con tutti i suoi limiti e non la tecnologia, non un algoritmo predefinito a decidere come informarsi?

 

 

Fonti:                        Credits immagini:

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