Pane dal cielo, il bambino che svela il mondo dei senzatetto

“Le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Sono domande per le quali non esiste risposta.”

Milan Kundera

Tra i cassonetti e i letti improvvisati per strada, tra i cartoni e qualche bicchiere di vino di troppo, un bambino sconvolge la vita di una coppia di senza tetto che vivono vicino alla stazione di Greco-Pirelli. Sembra una trasposizione moderna della natività di Gesù, in realtà la vicenda si rivela molto più complessa: non tutti i bambini possono vedere il bambino.

La metafora della visione solo per alcuni sembra suggerirci in maniera allegorica che i tanti aspetti della vita di un senza tetto passano inosservati ma sono in realtà essenziali a capirne meglio e a fondo la logica, spesso fatta di cambiamenti repentini. Questo è “Pane al cielo” di Giovanni Bedeschi, da poco nelle sale.

La vita di Lilli (Donatella Bartoli) e Annibale (Sergio Leone), due senzatetto della stazione di Greco-Pirelli a Milano è sconvolta in una notte di inverno da una scoperta. Vicino ad un cassonetto della spazzatura nei pressi della stazione, scoprono un neonato: vivo, sano e vegeto. Preoccupati per la sua salute, lo portano al più vicino ospedale, dove sono sconvolti da uno strano fenomeno: nessuno, tranne i genitori, vede il bimbo. Si potrebbe dire, re-interpretando il celebre passo ovidiano, che “gli occhi sono specchio dell’anima”. Infatti, il bambino lo vede chi ha la capacità di farlo, come gli altri clochard compagni di Lilli e Annibale che alloggiano a Lambrate.

“Rifiuti” da estirpare

Il bambino diviene il motore di una crescita, di una graduale maturazione interiore dei personaggi, ma  non agisce come una bacchetta magica nella loro vita. Annibale non perde il vizio del bere e viene deriso da un gruppo di adolescenti che lo umilia per strada. In preda ai fumi dell’alcool e addormentato sotto i portici, viene deriso a furia di insulti che sembrano riflettere la cultura dello scarto: “Sei un rifiuto”, “I rifiuti vanno buttati” non sono battute casuali. Sono scritte da chi come Giovanni Bedeschi da trent’anni lavora all’Opera San Francesco ed si dichiara  molto vicino alla sensibilità di stampo francescano di Papa Francesco.

Lilli, per dare un degno sostentamento al bambino, si dà ai borseggi. Motivo del furto: i soldi per i pannolini del bambino invisibile. Pentita però di quello che ha fatto, Lilli ritorna dalla signora – Ada, di buona famiglia – restituendo borsa e soldi. Di contro, la signora la lascia entrare a casa sua come nella propria vita: da quel momento in poi aiuterà la coppia a prendersi cura del bambino, che lei riesce a vedere.

Il bambino invisibile: idolo moderno

Questo bambino invisibile diventa un oggetto quasi di venerazione, nonostante molti – anche preti e sacerdoti, come il prete amico della signora Ada – non lo vedano. Indirettamente, l’allegoria colpisce la cecità della Chiesa davanti ai bisogni non sempre evidenti e visibili delle persone. C’è sempre la fretta di dover fare qualcos’altro: “Devo andare, ho un funerale tra due ore” dice sbrigativamente il sacerdote amico della signora Ada.

Ma il bambino diventa presto un motivo di attrazione, con folle di gente che accorre per riuscire – se può – a vederlo. La notizia raggiunge le alte sfere anche del Vaticano; poco dopo arriverà una suora, straniera, a vedere il bambino. Il suo discorso a Lilli e Annibale ricorda da molto vicino i canoni evangelici: “Il bambino, questo bambino porta amore dove c’è sofferenza: dovete portare questo amore nel mondo” dice ad Annibale.

Un’opportunità di apertura e di crescita

Il film non risparmia le amarezze e le sofferenze della vita dei senzatetto: l’alcol, i furti, il degrado delle dimore e sopratutto dolore per la coscienza della propria situazione. La metafora del bambino provoca e porta a riflettere sulla situazione di tanti che vivono accanto a noi: quello che si vede all’esterno non permette di vedere a fondo chi veramente sono, come esseri umani.

Il “bambino” è anche un utile mezzo usato da Bedeschi per esplorare la crescita personale dei due protagonisti, che grazie ad esso abbandonano vecchi vizi e si responsabilizzano. Il bambino sembra indicare come la fede in un ideale, in questo caso vicino a quello cristiano, può permettere di dare una visione diversa della propria vita sia di chi guarda da fuori sia di chi vive da dentro questa condizione di ultimo, di sofferente, dove prima di tutto si riflette il volto del “bambino”.

Riconoscervi l’analogia con il Cristo di Betlemme è facile, ma non è tanto facile passare dalla teoria alla pratica, per credenti e non: sono entrambi a non riuscire a vederlo. Gli occhi, la capacità di guardare nel profondo e non fermarsi alla superficie, sono invece lo specchio dell’anima per tutti.

 

Fonti:                                      Photo credits:

panedalcielo.com                  Foto 1

comingsoon.it                        Foto 2 

ilgiorno.it                                Foto 3

 

 

 

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