Geografia della fame: curare i disturbi alimentari in Italia

“La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’autopica pienezza quanto alla semplice realtà” Amelie Nothomb

Troppo spesso sottovalutati, i disturbi alimentari sono ormai sempre più diffusi e radicati. In Italia, in particolare, guarirne risulta ancora molto difficile.

Nonostante studi e statistiche ne facciano emergere l’estrema dannosità, tuttora i DA sono accompagnati da un enorme bagaglio di stereotipi errati. Generalmente percepiti come malattie poco pericolose ed esclusivamente femminili, in Italia colpiscono circa 3 milioni di persone, il 20% delle quali è di genere maschile.

Circa il 50% delle vittime rientra in una fascia d’età compresa tra i 12 e i 25 anni, ma secondo i dati più recenti, le diagnosi di DA sono in aumento anche tra bambini e preadolescenti tra gli 8 e i 12 anni e l’età dell’insorgenza continua ad abbassarsi.

Legati nell’immaginario comune ad un desiderio superficiale di raggiungere un ideale modello fisico oppure alla mancanza di forza di volontà nel controllare i propri istinti, i disturbi alimentari vengono di rado considerati nella loro complessità e dannosità. Sono infatti determinati da condizioni di profondo disagio psicologico ed emotivo e possono danneggiare seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo fino alla morte.

I disturbi alimentari più noti e diffusi sono obesità, che affligge il 7% degli italiani, anoressia e bulimia, che interessano il 3,3% della popolazione, ma stanno diventando sempre più importanti anche problemi di disturbo dell’alimentazione incontrollata, che colpisce oggi il 5% degli italiani, bigoressia e ortoressia.

Anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata in particolare, spesso in combinazione, risultano le patologie più difficili da contrastare, con una tendenza alla cronicizzazione elevata (20-30% dei casi) e un indice di mortalità così alto (5-12%) da renderle la seconda causa di morte più diffusa tra i giovani.

Nonostante i dati parlino chiaro, in Italia possono trascorrere anche tre anni tra l’insorgere della malattia e l’inizio della cura, non solo a causa di ritardi nella diagnosi. Le strutture ospedaliere con terapie mirate ed i centri specializzati sono infatti pochissimi e distribuiti in maniera disomogenea sul territorio.

Tra i centri considerati idonei, spesso si trovano anche ambienti psichiatrici generici oppure strutture con rigidi limiti di età per l’accesso. I rari centri di eccellenza si concentrano in poche regioni e vengono oberati di richieste da tutta Italia, creando liste di attesa infinite. Una delle prime regioni ad aver creato una rete di cure specializzate é ad esempio l’Umbria, divenuta un importante riferimento nazionale in materia.

Per legge, il paziente potrebbe ottenere prestazioni mediche al di fuori della Regione di provenienza a carico del Sistema Sanitario Nazionale solo se il servizio cercato non venisse erogato dalle aziende sanitarie locali. La presenza di strutture inadatte significa quindi spese spesso proibitive per il paziente, il più delle volte molto giovane e per la sua famiglia e attese lunghissime perché venga autorizzato il trasferimento dalla ASL di competenza.

Bisogna inoltre considerare che le trasferte non garantiscono sempre il benessere del paziente: nel processo di guarigione dai disturbi alimentari la presenza della famiglia risulta fondamentale, così come l’accesso alle cure anche dopo la riabilitazione, per evitare recidività.

Autorizzare trasferimenti, spesso in centri già congestionati dalle richieste, comporta per le Regioni una vera e propria emorragia di denaro pubblico. L’associazione Fenice Lazio Onlus riporta che dal 2008 a oggi il Lazio ha speso oltre 500.000 euro per inviare pazienti a curarsi fuori Regione, mentre le Marche hanno speso almeno 805.000 euro tra il 2013 e i primi mesi del 2016 per lo stesso motivo.

La dottoressa Laura Dalla Ragione, responsabile dei centri specializzati Palazzo Francisci e Nido delle Rondini di Todi, conferma in un’intervista a Repubblica: “Se una regione attivasse tutti i livelli di cura, o almeno li rendesse adeguati, risparmierebbe molti soldi e potrebbe curare meglio i propri cittadini”.

 

Credits immagini:           Fonti:

Copertina .                      Cure Italia

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