Disfare l’umano: società alle prese con la vecchiaia.

“I’m not senile,” I snapped. “If I burn the house down it will be on purpose” The Blind Assassin di Margaret Atwood

La vecchiaia, o meglio l’avvicinarsi di una morte prevedibile, pone non poche problematiche ad ogni società: presto una persona smetterà di esistere e questa immanenza spesso produce un trattamento sociale specifico per gli anziani.

Ogni persona è immersa nella propria cultura come attore, soggetto e oggetto sociale. Se si parla della nascita di un essere umano, spesso si riesce facilmente ad elencare almeno un paio degli interventi che la comunità attua per accogliere nel proprio ventre una nuova persona: battesimo, circoncisione, annuncio del sesso di nascita, imbiancatura di una nuova cameretta… Insomma, tutti rituali che, accompagnando la nascita biologica di un neonato, ne fanno nascere anche un’identità sociale. Meno immediate, forse perchè più cupe e angoscianti, sono invece le pratiche con cui una persona è decostruita.

E’ curioso notare come non è solo la morte che permette alla comunità di intraprendere queste pratiche, ma anche la vecchiaia; periodo durante il quale in molte società, l’individuo entra in una ritualità il cui significato è legato alla “preparazione” per la morte. Una persona anziana la cui vita volge ormai al tramonto non è un soggetto come gli altri: essa è spesso una persona realizzata, o perlomeno “conclusa” nella misura in cui tutte le fasi di costruzione sociale dell’individuo sono state praticate su quel soggetto; ora, per alcune culture, non manca che la sua decostruzione, perchè come la nascita, anche la morte fisica deve essere accompagnata da una morte “sociale”. Non bisogna pensare, tuttavia, a questi rituali come ad un “omicidio” o un imposizione sociale in merito di vecchiaia: in molte società sono gli anziani stessi, agenti attivi, a modellare le proprie azioni secondo questi standard di preparazione alla morte.

Si parla, per esempio, degli anziani appartenenti al popolo dei BaNande (nel Nord Kivu, in Africa) che tempo fa usavano modellare il proprio carattere secondo un modello di docilità, di dolcezza e pacatezza che questo popolo africano associava al periodo finale della vita.
Secondo molti studiosi, si tratta di una vera e propria anticipazione della “pace” della morte, durante la quale la persona modula i propri manierismi in modo da allontanarsi dalle asprezze, il vigore e la forza della vita piena e giovane. Tra i BaNande si può persino confermare ulteriormente questa teoria se si nota come, sul letto di morte, i familiari procedano a sistemare il corpo in agonia in una “posizione mortuaria” anche prima del decesso.

Si può notare un’estremizzazione di questa pratica negli eremiti miira del Giappone di qualche tempo fa. Si trattava di asceti che, con la vecchiaia, tentavano di avvicinarsi sempre più al mondo immateriale dell’oltretomba mediante l’astinenza dal cibo. I miira arrivavano a privarsi del tutto di cibo, in un processo che è stato definito “tanato-metamorfosi” e che si può ritrovare in tradizioni monastiche e ascetiche disseminate in tutto il globo, perchè in tutto il globo esiste la vecchiaia.

Fonti:                                        Immagini:
Fare umanità di F. Remotti       Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *