Diventare grandi ieri e oggi

“Tutti gli adulti sono stati prima di tutto dei bambini. Ma pochi di loro se lo ricordano”

Antoine de Saint-Exupéry

 

Quasi tutte le comunità, nel corso della storia, hanno concepito la vita dell’individuo secondo una divisione in fasi, classificazioni di età più o meno rigide, caratterizzate dall’attribuzione progressiva di diritti e doveri ed eventualmente anche da riti di passaggio.

Ad esempio nell’antica Grecia, a Sparta, la distinzione fondamentale fra chi poteva accedere pienamente ai diritti di cittadinanza e chi invece non era ancora abbastanza maturo era segnata dal superamento della ”agoghé”. Si trattava di una severa educazione e di un duro allenamento fisico, volto a creare futuri soldati, cui era sottoposto ogni cittadino maschio a partire dai sette anni e fino ai venti. Terminato tale ciclo, l’adolescente diveniva “homoios”, cioè letteralmente “simile”.
Ma anche la stessa “agoghé” aveva una precisa e minuziosa divisione interna.
Dagli otto agli undici anni, il bambino diveniva, in ordine, “robidas”, “promikkizomenos” , “mikkizomenos” e infine “propais”.
Dai dodici ai quindici, il pubescente passava attraverso le categorie di “pratopampais”, “atropampais” e “melleiren”.
Prima del termine della formazione, il giovane diveniva “eiren” di primo, secondo, terzo e quarto anno e, infine, “proteiras”, pronto allora per affrontare la “krypteia”. Questa consisteva in una sorta di rito conclusivo, in cui gli iniziati dovevano dedicarsi alla caccia e all’uccisione di schiavi.

Edgar Degas, “Giovani spartani che si esercitano”

Una divisione analoga si può trovare negli antichi testi della religione induista.
Secondo il dettame ideale di tale credo, infatti, la vita di un Hindu doveva percorrersi in quattro “ashrama”, cioè fasi della sua evoluzione spirituale.
Queste erano “Brahmacarya”, “Grihastha”, “Vanaprastha” e “Samnyasa”.
La prima, che durava fino ai ventiquattro anni, era la fase dello studio sotto la tutela di un maestro, in cui il giovane doveva rimanere casto e, in generale, praticare l’autocontrollo, per raggiungere l’equilibrio fra corpo, emozioni, volontà e intelletto.
La seconda, dai ventiquattro ai quarantotto anni, era la fase del matrimonio e del lavoro retribuito.
La terza, dai quarantotto a settantadue anni, era la fase del progressivo allontanamento dai beni mondani, in cui l’ormai saggio Hindu doveva condividere il suo sapere e divenire maestro.
L’ultima, che durava fino alla morte, era la fase della meditazione su Dio e sulle verità eterne, in cui l’anziano doveva recidere tutti i legami umani con la materialità.

Potrebbe sembrare che questa articolazione della vita in fasi sia da attribuire solo a culture passate e premoderne.
Ma la transizione dall’infanzia all’età adulta giuridicamente riconosciuta nella società contemporanea è in fondo anch’essa una linea ideale che separa il periodo precomunitario della vita di un cittadino dalla sua piena assunzione di un ruolo sociale.
Inoltre, si possono tutt’ora ravvisare forme di riti di passaggio legati al raggiungimento della maggiore età, come nota Marco Aime nel suo saggio “La fatica di diventare grandi”. L’autore fa l’esempio del servizio militare obbligatorio, che, fino a qualche decennio fa, imponeva ai diciottenni un anno di distacco dalle famiglie e richiedeva l’obbedienza a rigide regole di comportamento.
Anche l’esame di maturità è paragonabile per lui ad un rito, affrontato contemporaneamente e collettivamente da migliaia di giovani.

                                                                                      Immagini:

Sopra

Copertina

Fonti:                                                                     

-Plutarco, “Vite Parallele”

-Henri-Irénée Marrou, “Histoire de l’éducation dans l’Antiquité”

– J. Donald Walters, “The Hindu Way of Awakening: Its Revelation, Its Symbols”

– Marco Aime, “La fatica di diventare grandi”

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *