Da Wittgenstein alle teorie queer

“Su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”

Così recita Ludwig Wittgenstein, chiudendo il suoTractatus Logico-Philosophicus”. L’autore desidera, nella sua opera giovanile, tracciare i limiti del linguaggio umano, porre i confini oltre i quali le parole devono arrendersi alla loro insensatezza e lasciare spazio al silenzio dell’azione pratica.

È possibile individuare un parallelismo tra questa proposizione conclusiva e ciò che egli poi avrà da dire, nella seconda fase della sua riflessione, sul rapporto fra linguaggio privato e linguaggio pubblico, in particolare nelle “Ricerche filosofiche”.
Per linguaggio privato egli intende un linguaggio immaginario, in cui i significati dei segni linguistici sono costituiti da esperienze intime, vissute in prima persona da un soggetto e non condivisibili da nessun altro. Ciò che l’autore sostiene è che nessun linguaggio effettivamente usato per comunicare possa essere un siffatto linguaggio privato, perché ogni linguaggio è essenzialmente pubblico e intersoggettivo.

Il pensiero 256 delle Ricerche recita:
“Che dire del linguaggio che descrive le mie esperienze vissute interiori, e che soltanto io sono in grado di comprendere? In che modo designo le mie sensazioni con parole? […] Le parole che esprimono le mie sensazioni sono collegate con le naturali manifestazioni esterne delle mie sensazioni? In questo caso il mio linguaggio non è privato. […] Ma che dire se possedessi soltanto la sensazione, e nessuna naturale manifestazione esterna della sensazione?”

Non bisognerebbe cercare di parlare riguardo a vissuti assolutamente interiori e sensazioni senza alcuna “naturale manifestazione esterna”, poiché parlare significa sempre entrare in un ambito di condivisione, che Wittgenstein chiama “gioco linguistico”.
Il pensatore austriaco non intende negare l’esistenza di una dimensione totalmente personale e irriducibile, ma vuole bensì dire che cercare di penetrare in essa con il discorso e i suoi concetti è un’incauta invasione del privato da parte del pubblico.

Ludwig Wittgenstien

Considerando ad esempio l’identità sessuale e/o di genere come un aspetto dell’interiorità, in un’ottica wittgensteiniana, sembra di poter così giungere a conclusioni vicine a quelle di alcuni studiosi delle teorie queer, secondo cui il tentativo di ricondurre l’identità personale di un individuo a categorie definitorie è una inevitabile distorsione del reale.

A tal proposito, Wark Mc Kenzie, teorico e scrittore queer, afferma:
“Rappresentare significa definire ciò a cui appartiene l’oggetto della rappresentazione e ciò a cui non appartiene. Rappresentare coloro che non sono rappresentati vuol dire definire una loro comunità di appartenenza.[…] La comunità costringe la realtà a conformarsi alla rappresentazione, escludendo tematiche, corpi e possibilità che non si accordano alla sua immagine. In ogni comunità, ognuna senza eccezioni, c’è un armadio in cui sono chiusi quelli che sentono di dover nascondere la loro imperfetta corrispondenza con l’immagine che definisce la loro appartenenza”.

 

 

Fonti:                                       Immagini:

 

-Ludwig Wittgenstien,                Sopra

“Ricerche filosofiche”                 Copertina

-Ludwig Wittgenstien,

“Tractatus logico-philosophicus”

-Wark Mc Kenzie

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *