I sindacati scioperano di venerdì

Un operaio, non appena fa carriera nei sindacati o si interessa alla politica laburista, diventa, lo voglia o no, un borghese. È così: combattendo la borghesia, ne assume l’aspetto”

George Orwell

Non si può dire che gli italiani non siano un popolo che si ricorda di lottare per i propri diritti. Ma lo fa sempre di venerdì.

 

I primi sindacati nascono in Inghilterra nell’800 con l’intento di affermare i diritti dei lavoratori di fabbrica che si facevano sempre più numerosi. La città si industrializza, assorbendo completamente la vita degli operai che iniziano a sentirsi schiacciati dal proprio monotono lavoro. I sindacati risvegliano una coscienza di classe, forniscono elementi di aggregazione intorno ai quali potersi identificare e lottano per diritti di cui nessuno prima aveva sentito parlare o aveva pensato di poter reclamare.

Agli albori i sindacati sono perlopiù corporazioni di mestiere, alle quali i lavoratori si affiliano in base alla professione che svolgono. Una realtà in cui riconoscersi, per cui lottare, in cui credere in quanto composta da propri simili, con gli stessi ideali e orizzonti.

Le armi che il movimento sindacale imbraccia, allora come oggi, sono apparentemente semplici e innocue – manifestazioni in piazza, proteste contro la classe dirigente, scioperi dal lavoro – eppure hanno permesso di conquistare importanti vittorie in termini di diritti civili e umani. Un salario minimo, limiti di età per poter lavorare, un tetto massimo di ore giornaliere e condizioni dell’ambiente di lavoro sane e non pericolose. Tutte cose che oggi si danno per acquisite. Lo sono grazie alle lotte portate avanti dai sindacati.

E allora perché oggi i cittadini non li percepiscono più come paladini della libertà dei lavoratori e li vedono invece come ostacoli che si frappongono tra loro e la cosiddetta classe in poltrona? Sono diventati incapaci di rappresentarli? La possibilità di aggregazione e identificazione che hanno conosciuto si è forse tramutata in incomunicabilità e ostilità?

Viene da chiedersi cosa sia successo, cosa abbia provocato questo ribaltamento di prospettiva. Che il cittadino odi i suoi governanti è comprensibile: vi è uno scontro di interessi contrastanti in gioco, uno squilibrio di ricchezza avvertito come ingiustizia, fonte di rivalità e rivalsa. Ma che covi rancore verso il suo primo alleato è alquanto paradossale. Senza fidati su cui contare e obiettivi realizzabili in cui credere, il lavoratore è solo. Rassegnato all’immutabilità dello stato presente.

Oggi, quando si sente la parola “sindacati”, quasi per antonomasia viene da recitare la litania “CGIL CISL UIL”, la principale Federazione sindacalista in Italia, che può essere avvertito come un ritornello svuotato del suo primo senso.

Parallelamente alla perdita di potere dei partiti politici (potere inteso come capacità di influenzare le decisioni della base votante, crollato al minimo storico del 16%), anche i sindacati hanno perso terreno tra i lavoratori, che non sono più disposti a mettersi ciecamente nelle loro mani. Dicono: “non serve a niente, non cambierà niente”.

In circa dieci anni il movimento sindacale ha perso del 20% la fiducia degli italiani, passando dal 48 al 30 per cento di iscritti. Il calo più significativo si ha nella fascia giovane, di chi è alla ricerca del suo primo lavoro e ha bisogno di riferimenti, sicurezze, risposte adeguate alle proprie necessità, azioni proporzionate alle aspettative e alle promesse che sente sventolare insieme a bandiere e simboli.

Come è cambiato il sostegno degli italiani ai sindacati dal 2016 al 2017. Fonte: Corriere della Sera.

E cosa fanno questi simboli per riconquistare la perduta fiducia di operai, impiegati, liberi professionisti e studenti? Semplice, tolgono loro i servizi per circa 2 giorni al mese. Scioperi, niente mezzi pubblici. Vuoi più diritti? Manifesta in piazza con noi, ma intanto vai a piedi al lavoro. Vuoi una scuola migliore? Protesta anche tu, ma intanto oggi niente scuola.

I sindacati dovrebbero svolgere una funzione fondamentale di intermediazione e difesa dei diritti di chi lavora, soprattutto delle fasce deboli e a rischio. Tuttavia sono proprio quelle fasce a essersi rassegnate all’inutilità dell’azione sindacale. I numeri parlano chiaro: sono i pensionati la grande maggioranza dei tesserati (circa 7 milioni, il 42% del totale, con un aumento del 250% in trent’anni), quindi quei lavoratori che hanno goduto dei successi del movimento un cinquantennio fa. I giovani non lottano più al loro fianco, forse perché se non trovano un lavoro con una doppia laurea, non credono possano procurarglielo i sindacati.

Il crollo di fiducia nei sindacati. Fonte: Corriere della Sera

Come si può pensare di conquistare una generazione disillusa e senza speranza a forza di scioperi che non portano a nulla? Sono giovani che non hanno lavoro – studiano per poterlo avere ma nel frattempo si dicono che è tutto inutile – non hanno ideali politici, si sentono allo sbando in un universo che sta cambiando forma e in cui non sanno essi stessi che forma assumere per potervi entrare e vivere dignitosamente.

Le organizzazioni sindacali sono l’ennesima vittima di un fenomeno dilagante di sfiducia nelle istituzioni, nelle associazioni e in generale in tutte quelle organizzazioni che si propongono di tutelare, salvaguardare, aggiustare le cose in un presente che non sembra intenzionato a permetterglielo.

Non si può negare che l’orizzonte di manovra del movimento sindacale sia particolarmente stretto e arduo, in continua tensione tra la trattativa non violenta e la manifestazione agguerrita, ma la soluzione alla disoccupazione, alla cassa integrazione, ai tagli alla scuola pubblica, alle privatizzazioni, alla parità di genere, al non sfruttamento degli immigrati, non è lo sciopero del venerdì.

Lo sciopero è un’arma potente, se usata con parsimonia. Ma organizzare ripetute sospensioni dal lavoro non sembra essere la giusta via. Lo sciopero non è un’occasione per allungare il fine settimana. Ha senso quando veicola una richiesta precisa. Apre confronti, avanza richieste, mette in dubbio, fa pensare, muove le coscienze, soprattutto di chi sta in alto e ci guarda dall’alto e qualcosa la può attivamente fare.

L’uso smodato dello sciopero – pur sempre ammantato di indiscutibili ragioni – svuota del suo significato primario questo strumento.

Il sindacato si è ridotto a una terna di sigle pronunciate in rima, e lo sciopero è diventato l’occasione per scappare al mare per il weekend. Le adesioni risultano sempre massicce, ma sono poche quelle realmente sentite. Chi sbuffa perché a lavoro non può andare senza mezzi pubblici e chi invece non aspettava altro per abbandonare la città.

I sindacati, travolti dalla modernità, non sono stati in grado di adeguare le proprie strategie a un orizzonte lavorativo diverso da quello degli anni Ottanta. Hanno finito per ripetere schemi logori, rifugio di opportunismi senza fede, diritti abusati e sottomessi.

I cittadini si sentono presi in giro, sono abbandonati dalle istituzioni, interpellati solo in campagna elettorale, lasciati a piedi più volte al mese, infastiditi dallo stato di cose ma privi di punti di riferimento cui appoggiarsi in situazioni limite. Affinché il cittadino possa tornare a credere loro è importante che i sindacati smettano di essere blocchi di alleanze dagli acronimi consonantici e acquisiscano un volto e proclamino con chiarezza obiettivi credibili a breve termine.

I giovani chiedono questo alle organizzazioni sindacali: che aprano gli occhi al presente, si spoglino dei meri interessi politici, si mettano nei loro panni e garantiscano loro un lavoro, come lo hanno garantito alla generazione dei loro genitori.

 

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