César Brie: un’apologia del teatro libero

“C’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia

sino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini

 commessi, sofferti e osservati, qualcosa che ci si aspetta

invincibilmente che gli faccia del bene e non del male.

È questo, prima di tutto, che è sacro in ogni essere umano.”

Simone Weil

 

Costretto a lasciare la sua Argentina a soli diciott’anni per persecuzioni politiche, César Brie ha consacrato la propria vita a un teatro di ricerca libero e militante, dimostrazione che l’azione politica e l’indagine sull’uomo devono essere parte inscindibile dell’opera e della vita.

Leggenda di un uomo che perse il mare

 

1974: César Brie, giovanissimo attore argentino formatosi presso il Centro Drammatico di Buenos Aires, è costretto ad autoesiliarsi a Milano insieme alla compagnia Comuna Baires con cui collabora da appena due anni: Triple A (gruppo paramilitare indirettamente legato a Perón) ha già mandato messaggi fin troppo espliciti, sequestrando e torturando il compagno Horacio Czertok.

Appena maggiorenne, confinato dall’altra parte del mondo, Cesar Brie sceglie il teatro come propria patria. Cresce la sua ricerca di attore, si affianca a quella di regista e drammaturgo. Nel 1974 fonda insieme ad alcuni colleghi (Paolo Nalli, Dolly Albertin e Danio Manfredini) il collettivo teatrale Tupac Amaru. Ma la sua avventura non si ferma in Italia: nel 1980 conosce Iben Nagen Rasmussen, si trasferisce in Danimarca e partecipa alla creazione del gruppo Farfa, lavorando a stretto contatto con l’Odin Teatret di Eugenio Barba. La separazione da Iben porta anche a un allontanamento dall’Odin: Brie decide di tornare a parlare all’America Latina. Nel 1991 si trasferisce in Bolivia dove fonda il Teatro De Los Andes in un piccolo paese vicino a Sucre, creando un contatto diretto con la comunità indigena locale. Gli spettacoli e i documentari militanti, la denuncia degli eccidi perpetuati dal governano costano però alla compagnia diverse minacce di morte. La persecuzione e le crisi intestine portano allo scioglimento di Teatro de Los Andes. Cesar Brie torna a vivere in Europa, lavorando in Italia come attore, autore e pedagogo, domina palchi di Italia, Francia e Argentina, racconta storie di sé e di altri, racconta storie in cui a vincere è la vita, il suo rispetto, la sua ribellione, la sua cultura.

 

Solo gli ingenui muoiono d’amore

César Brie aveva diciott’anni quando il suo Paese ha smesso di essere una casa, quando il suo grido libero sul palco è diventata una condanna alla morte o all’esilio. César Brie aveva diciotto anni quando ha deciso che la sua lingua poteva diventare una lingua universale, che il teatro poteva essere una nazione, un rifugio, un atto di ribellione. Ribellione apolide, disposta a viaggiare leggera e trovare a tutti i costi lo spazio e il tempo per la propria realizzazione. Ribellione che si fa carne, che si dà sul palco con un’energia che è sì coraggiosa e militante, ma racchiude in sé la delicata consapevolezza resistenziale degli uomini-libri che Orwell pone al termine di 1984. Nelle sue parole, nel suo teatro le storie di Cechov, Dostoevskij, quelle dei suoi amici d’infanzia e degli indios di Sucre diventano veicoli equivalenti di un appello alla vita, all’uomo e alla sua sacralità. Un appello ancora più efficace perché viene incarnato da chi lo porta in scena, una parola mai sterile perché Brie, prima di raccontarla, l’ha vissuta.

 

Fonti                                                     Photo Credits

www.cesarbrie.com                              news-town.it

www.saltinaria.it                                   www.oziomagazine.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *