Gli animali di Chernobyl trent’anni dopo il disastro

“Sprigionare l’atomo non ha creato un nuovo problema. Ha semplicemente reso più urgente la necessità di risolverne uno esistente.”

Albert Einstein

Dopo l’incidente del 1986, Chernobyl è stata abbandonata e con lei tutti gli animali che la popolavano. Che ne è di loro adesso?

Il 26 aprile 1986 la fusione della centrale nucleare di Chernobyl ha segnato un triste traguardo per la storia dell’umanità. Viene infatti ricordato, insieme all’analogo episodio avvenuto a Fukushima venticinque anni dopo, come il disastro nucleare più grave e devastante mai avvenuto. Durante la rapida evacuazione dell’area contaminata le persone furono costrette ad abbandonare tutto: le proprie case, i propri averi e per motivi di sicurezza, anche i propri animali domestici. Oggi, a più di trent’anni dall’incidente, scienziati e biologi stanno svolgendo delle ricerche per vedere quale è stato l’impatto delle radiazioni sulla flora ma, soprattutto, sulla fauna locali, nella speranza di poter trarre informazioni utili per la cura di soggetti umani.

Entrando nella zona contaminata, i 4.200 km quadrati che circondano la centrale e che ancora oggi sono zona accessibile solo a studiosi e giornalisti, i primi animali in cui ci si imbatte saranno, probabilmente, i cani randagi (si stima che in tutto siano più di 300) discendenti di quelli abbandonati dai loro padroni trent’anni fa. Questi animali non hanno una vita facile: i pochi di loro che sono riusciti a salvarsi dall’intervento dei militari successivo al disastro (il cui scopo era di abbattere più animali contaminati possibili, per motivi di sicurezza), hanno dovuto affrontare il gelido freddo degli inverni ucraini ma, soprattutto, convivere con gli effetti delle radiazioni che ne hanno drasticamente diminuito l’aspettativa di vita (riducendola ad un massimo di sei anni).

I cuccioli radioattivi di Chernobyl

Molte delle guide che conducono i tour all’interno della cosiddetta “Zona di Esclusione” (Chernobyl Exclusion Zone, CEZ) sconsigliano ai visitatori di avere ogni contatto con i randagi: non si ha nessuna certezza, ma il loro pelo potrebbe contenere quantità variabili di particelle radioattive ed è meglio non rischiare. Anche se stringe il cuore pensare al destino dei “cuccioli di Chernobyl” (come comunemente vengono chiamati), la cui discendenza, anch’essa contaminata, sarà costretta a vivere nella CEZ per diversi decenni, non è una situazione priva di eccezioni.

Gli animali, infatti, naturalmente portati al contatto con l’uomo, hanno “stretto amicizia” con i soldati che controllano i confini della Zona di Esclusione e, avendoli identificati come fonti di cibo, spesso si rivolgono a loro per avere qualcosa da mangiare. Inoltre sono diverse le associazioni animaliste, ta cui la Clean Future Fund che si occupano del benessere e della cura di questi animali.

Per quanto riguarda, invece, le specie animali che popolano la CEZ, la situazione è un po’ più complessa. Diversi scienziati e biologi si sono dedicati allo studio della fauna circostante Chernobyl negli anni successivi al disastro e, uno dei dati rilevati che più frequentemente viene messo in evidenza è l’aumento quantitativo di animali all’interno dell’area contaminata. L’assenza dell’uomo (con tutto quello che la sua presenza comporta: caccia, disboscamento, inquinamento, occupazione delle aree verdi per costruire) ha permesso alla zona di ripopolarsi: volpi, cinghiali, gufi, cavalli, lepri e lupi proliferano di fatto nell’area. Non bisogna però lanciare il messaggio – come sembra trasparire da qualche articolo comparso sul National Geographic  – che Chernobyl sia diventata una sorta di Eden post-apocalittico e che basti l’assenza dell’uomo perché la natura autonomamente si plasmi a seconda delle condizioni che le vengono imposte. Se è vero infatti che il numero di animali è aumentato e che in certi casi essi sono stati in grado di fronteggiare i cambiamenti (in alcune specie di uccelli sono stati registrati più alti livelli di antiossidanti, per adattarsi meglio al clima ricco di radiazioni), è sbagliato parlare di “trionfo della natura, nonostante tutto”.

I lupi di Chernobyl negli ultimi anni sono aumentati di numero

Il Dr. Mousseau, ricercatore presso l’Università del Sud Carolina che effettua i suoi studi sulla fauna Chernobyl dal 1999, ha rilevato mutazioni genetiche, deformità fisiche, alta incidenza di tumori e basse aspettative di vita in molti degli animali che popolano la CEZ. Le radiazioni ioniche di stronzio, cesio e altri isotopi radioattivi sono, a distanza di anni dall’incidente, relativamente più basse e non provocano morte immediata, ma, a lungo andare, logorano e danneggiano il DNA in maniera irreversibile. In un ecosistema completamente contaminato, in cui la catena alimentare è ormai compromessa e in cui le radiazioni impiegheranno anni prima di dissolversi, non resta altro da fare se non aspettare, studiare ed apprendere, sperando che la natura possa essere maestra ed ispiratrice.

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