Imitazione o auto-imitazione?

“L’umano è nell’imitazione; un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini”

Theodor Adorno

Grazie all’influsso di René Girard, antropologo e critico letterario francese, scomparso nemmeno tre anni fa, il fenomeno dell’imitazione è ufficialmente entrato a far parte dei temi più studiati all’interno delle scienze sociali, soprattutto nell’ultimo cinquantennio.

A partire dagli anni ’60, nel suo testo “Menzogna romantica e verità romanzesca”, Girard cercò di comprendere il desiderio umano e ipotizzò che esso fosse, appunto, mimetico. L’ispirazione iniziale gli venne dalla lettura dei grandi romanzieri occidentali e dalla psicologia dei loro personaggi; presto, però, la sua indagine si orientò verso l’antropologia vera e propria. Ne scaturì la teorizzazione di una costante struttura triangolare: due soggetti e un oggetto bramato da entrambi. In altri termini, si è attratti da qualcosa a patto che un modello, cioè un altro membro della società, desideri quella medesima cosa. Non solo: la stessa individualità del soggetto – la “menzogna romantica” , appunto –  è per l’antropologo non personale, ma sempre mediata da un modello. Questa costitutiva tendenza all’omologazione degli obiettivi condanna l’umanità, a lungo andare, a competizione crescente e quindi a violenza.

La psicologia dello sviluppo e la neurofisiologia, dopo l’opera di Girard, si posero allora un’importante domanda: la spiccata propensione umana all’imitazione e all’empatia è innata o deve essere appresa?

A far propendere per la risposta innatista furono inizialmente gli esperimenti dei ricercatori Andrew N. Meltzoff e M. Keith Moore. Essi nel ’77 studiarono un campione di alcuni neonati e scoprirono che i bambini sembravano imitare le espressioni facciali degli adulti già dopo pochi giorni di vita. In particolare, notarono che i pargoli riproducevano accuratamente boccacce mostrate dagli sperimentatori.

Esperimento di Meltzoff e Moore

Tali risultati furono corroborati, negli anni ’90, dalla scoperta dei famigerati “neuroni specchio”, opera del team italiano di Giacomo Rizzolati. Questo localizzò – prima nei macachi e poi anche nell’uomo – una parte ben precisa della struttura cerebrale, capace di attivarsi sia durante il compimento in prima persona di un’azione, sia durante l’osservazione di quella medesima azione in un altro soggetto; si tratterebbe, in sostanza, di un sostrato fisiologico atto al funzionamento dell’empatia e dell’imitazione. Esso permetterebbe di comprendere, spontaneamente, un’azione intenzionale esterna, come se fosse propria.

Negli anni non sono però mancate voci critiche nei confronti di questa teoria e dei suoi forti presupposti. In particolare Gianfranco Mormino, docente di filosofia dell’Università degli Studi di Milano, ha recentemente pubblicato il libro “Per una teoria dell’imitazione”, in cui dà forma a una proposta alternativa. Egli sostiene che la capacità di imitare comportamenti altrui non sia innata, ma derivi, come successiva conseguenza, dalla capacità di riprodurre comportamenti propri. Per lui ogni infante si dedica dalla nascita ad una libera e caotica esplorazione dell’ambiente, scoprendo così, casualmente, azioni vantaggiose premiate dal feedback positivo della madre. Queste azioni vengono così memorizzate, apprese e “auto-imitate”. Gli atteggiamenti dell’altro sarebbero perciò mimati da un soggetto semplicemente per proprio vantaggio e non per una congenita natura sociale umana.

                                                                                 Immagini:

                                                                                 Sopra

                                                                                                                                              Copertina

Fonti: 

Scott R. Garrels, “Scienza e Mimesi”

– Gianfranco Mormino, “Per una teoria dell’imitazione”

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