Il sole a scacchi: la situazione delle carceri italiane

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue carceri”,

Fëdor Dostoevskij

Il sistema penitenziario italiano si trova da anni in uno stato di profonda crisi, che danneggia pesantemente Stato e cittadini. 

Già nel 1764 Cesare Beccaria parlava di un carcere che redimesse senza torturare, cogliendo la funzione rieducativa della detenzione. Un concetto che la Costituzione ha perfettamente assimilato, come si legge nell’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

Eppure oggi le condizioni delle carceri italiane non sono mai state più lontane da questo principio: per l’ex-parlamentare Luigi Manconi il carcere italiano andrebbe addirittura abolito.

Il report che l’Associazione Antigone ha redatto nel 2017 mostra infatti dati sconcertanti: il tasso di affollamento supera il 113% e in alcune carceri lo spazio previsto per ogni detenuto é inferiore alla misura minima di 3 mq. L’Italia avrebbe quindi tutte le carte in regola per incorrere in una nuova condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2013 aveva obbligato il Paese a risarcire sette detenuti per danni morali.

Ma l’Italia ospita davvero così tanti criminali? Secondo l’attore e scrittore Ascanio Celestini, che ha raccolto le testimonianze di numerosi detenuti di tutta la penisola, la questione é complicata. “In Italia ci sono due tipi di carcere” scrive l’attore in un articolo sul Fatto Quotidiano “Uno è quello di cui si parla in televisione e sui giornali, in rete e al bar. L’altro è quello reale.”

Uno dei carcerati di Rebibbia da lui incontrati, alla domanda “Cosa devo dire al mio vicino di casa quando parlo di voi?”, aveva risposto: “Al tuo vicino di casa puoi dirgli che anche suo figlio un giorno potrebbe finire in carcere. Sia perché potrebbe commettere un reato, sia perché potrebbe essere accusato ingiustamente. Quasi la metà di noi è in attesa di giudizio e molti risulteranno innocenti».

Tra i più di 66.000 detenuti delle carceri italiane, per lo più piccoli criminali, stranieri, tossicodipendenti, recidivi, ci sono infatti anche migliaia di persone con un processo ancora in corso. Tra le cause del sovraffollamento è evidente non solo l’uso smodato della pena detentiva, anche per reati minori, ma anche quello della custodia cautelare.

Secondo Antigone la colpa é della durata eccessiva dei processi, che si protraggono per anni: in Italia sono infatti oltre 1,5 milioni i processi penali pendenti, di cui più di 300.000 dalla durata irragionevole.

Le celle claustrofobiche non sono l’unico problema. Un detenuto suggeriva a Celestini di mostrare la realtà del carcere attraverso un’installazione artistica: “Monta una cella in qualche piazza al centro di Roma, ma una vera, con lo spazio che ci mettono a disposizione. Deve essere sporca e fatiscente, gelida d’inverno e bollente d’estate, pranzo e cena con la sbobba della casanza e ogni tanto qualcuno che si taglia sulle braccia, si ingoia le lamette, infila la testa in un sacchetto di plastica e sniffa dalla bombola del gas, e magari anche qualcuno che si impicca”

L’autolesionismo, la ricerca di stordimento, il suicidio possono sembrare – suggerisce l’uomo – le uniche opzioni quando le condizioni di vita sono insopportabili. Molti carceri non rispettano infatti neppure i requisiti minimi previsti dalla legge: Antigone riporta che nel 68% degli istituti penitenziari visitati le celle sono sprovviste di docce e soltanto in determinate sezioni del carcere di Lecce avviene la separazione dei giovani adulti dagli adulti.

Un agente del carcere di Rebibbia aveva chiesto a Celestini: “Come si fa a parlare di rieducazione in un posto così? E Rebibbia non è il peggiore. In Italia la recidiva è quasi al settanta per cento, ma scende al venti tra quelli che godono di misure alternative almeno nella parte finale della pena. Più stanno chiusi qua dentro e più peggiorano. E noi con loro”

Gran parte dei carceri italiani non riesce a offrire i mezzi per la riabilitazione: Antigone registra a Busto Arsizio un educatore ogni 196 detenuti, a Bologna uno ogni 139. Soltanto il 30% dei detenuti lavora e nel 26% degli istituti non ci sono datori di lavoro esterni, nel 6% mancano corsi scolastici attivi e nel 41,5% corsi di formazione professionale. Come mostra un recente articolo, la laurea di un carcerato riesce ancora a fare notizia.

Inoltre il fenomeno dei suicidi sta acquisendo i caratteri di un’emergenza: dai primi mesi dell’anno fino a luglio 2017, 29 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane. Secondo Paolo Gonnella, presidente di Antigone, sarebbe necessaria:”una maggiore apertura nell’uso delle telefonate per i detenuti non soggetti a censura che, garantendo un rapporto costante con i propri famigliari, potrebbero costituire un utilissimo strumento per prevenire gesti autolesivi. Bisogna poi rivedere tutte le forme d’isolamento: giudiziario, disciplinare, ma anche quello per ragioni cautelative. L’isolamento, qualunque sia la ragione sia lo produce, è sempre devastante”.

A moltissimi detenuti sono infatti negati contatti con l’esterno e persino incontri e comunicazioni con la propria famiglia, nonostante ne sia stata riconosciuta l’utilità per il reinserimento sociale: tra i penitenziari osservati da Antigone, soltanto nel carcere di Opera i detenuti possono parlare via Skype con i propri cari e solo nella Casa di Reclusione di Alessandria hanno una forma di accesso ad Internet.

 

Fonti:                                 Credits immagini:

Costituzione                    Copertina

Manconi                            Immagine 1

Ascanio Celestini             Immagine 2

Affollamento

Dei delitti e delle pene- Cesare Beccaria

Laureato

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