Non in mio nome: quando si rifiuta una Biennale

“È ciò che pensiamo di sapere che

Ci impedisce di imparare cose nuove”

Claude Bernard

 

Rifiutare di esporre alla Biennale di Venezia può significare perdere un’occasione irripetibile. Eppure, c’è chi ha deciso di farlo in nome della propria “dignità di uomo, di persona, di artista”.

 

Vittorio Sgarbi: l’arte non è cosa nostra

È il 2011 quando la curatela del padiglione italiano viene affidata a Vittorio Sgarbi. Decisione controversa, non manca di suscitare perplessità fra gli addetti al mestiere: il critico avrebbe esplicitato più volte – con la scenograficità pantomimica che lo contraddistingue – una vera e propria avversione nei confronti dell’arte contemporanea, per non parlare delle critiche alla “lobby internazionale” che ne tesse le sorti (termine, questo, che ingloba tutta la rete di critici, curatori, galleristi e collezionisti che costituiscono il mondo e il mercato dell’arte).

Perplessità e lamentele a parte, l’incarico è affidato: da questa visione prevenuta – e non totalmente a torto – nasce un’idea curatoriale apparentemente democratica: circa trecento personaggi provenienti dal mondo della cultura e dello spettacolo (da Magris a Mogol fino a Littizetto) sono chiamati a scegliere un artista che ritengono particolarmente significativo al fine di invitarlo, in modo da non escludere sistematicamente i nomi svantaggiati dal sistema dell’arte. Viene scelto come titolo L’Arte non è cosa nostra, che è insieme richiamo alla Mafia e dichiarazione programmatica. La costruzione che negli intenti può sembrare in qualche modo meritocratica non esita a mostrare la deriva populistica comportata dall’assenza di un assetto curatoriale solido e volto alla valorizzazione delle opere. Un susseguirsi poco studiato di artisti di vario livello affastellano le pareti senza un ordine riconoscibile: le opere sono state richieste a discrezione dell’autore per lettera circa due settimane prima e inviate a spese dello stesso senza idea dello spazio che sarebbero andate a occupare. Questo almeno, per chi ha accettato la richiesta.

La risposta

La lettera di richiesta inviata agli artisti partecipanti li mette davanti a un dilemma che forse qualcuno avrebbe evitato volentieri. L’invito a partecipare alla Biennale di Venezia nel Padiglione italiano è un momento fondamentale nella carriera di professionista, che arriva raramente, a volte mai, e che è garanzia non solo di un percorso netto ma anche di successivi e più alti incarichi. Rinunciarvi, in condizioni normali, non è nemmeno in discussione. Ma come reagire quando la richiesta è quella di essere inseriti in un sistema non solo poco professionale, ma anche poco rispettoso del proprio lavoro e del proprio credo?

Sono una trentina gli artisti che oppongono un netto rifiuto. Con le loro parole (le citazioni provengono da Il giornale dell’arte):

Felice Levini: «È un padiglione senza progetto, senza idea, senza una visione, quindi non ha nulla per cui combattere o da difendere. È un Padiglione da irresponsabili perché nessuno si assume una responsabilità culturale. Il mondo ci riderà dietro».

Giuseppe Gallo: «Sgarbi non ha fatto altro che sparare con un cannone addosso a un cadavere già putrefatto. Ha individuato il problema della crisi intellettuale del sistema artistico italiano, ma non è riuscito a seminare una possibilità di riscatto, di dignità e di nuovo pensiero. Perciò è ancora più condannabile».

Cristiano Pintaldi: «la demolizione da parte di Vittorio Sgarbi della credibilità del nostro padiglione nazionale attraverso una mostra che affianca professionisti a dilettanti allo sbaraglio senza nessun criterio è un chiaro tentativo di delegittimazione di tutto un settore professionale, la più grande mancanza di rispetto che si possa avere nei confronti di ogni artista».

Nicola Vinci: «È dura ingoiare il rospo di dover rinunciare alla riga sulla Biennale all’interno del mio curriculum. Preferisco però che questo spazio venga occupato dalla mia dignità di uomo, di persona, di artista piuttosto che da una riga nera che testimonia l’adesione ad una superficialità che non ho mai gradito».

 

Fonti                                                      Photo Credits

il giornale dell’arte                                 www.flaminioboni.it

www.claudiogiunta.it                            www.calogerobarba.it

 

 

 

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