Meglio la pelliccia vera o quella sintetica?

“Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”
Mahatma Gandhi

Nel 2018 la pelliccia sta tornando in auge, accompagnata nella sua ascesa da dibattiti e polemiche che da sempre hanno diviso il mondo della moda. 

Utilizzata sin dagli esordi della storia umana, la pelliccia ha assunto nel corso dei secoli significati sempre diversi: da semplice capo necessario per ripararsi dalle rigide temperature invernali nelle ere più antiche, fino a segno di potere nobiliare in epoca rinascimentale e dal ‘700 in poi, status symbol volto ad identificare coloro che appartenevano ad una classe sociale più elevata.

La pelliccia è rimasta emblema di una condizione economica agiata fino al 1970, decennio in cui divenne bersaglio di una violenta protesta animalista, portata avanti da associazioni come la PETA, People for the Ethical Treatment of Animals e celebrità di spicco come Naomi Campbell che, nel 1994, posò senza veli dichiarando di preferire “essere nuda, piuttosto che indossare una pelliccia”. L’introduzione della pelliccia sintetica ha quindi rappresentato un’ottima alternativa per tutti coloro che cercavano capi cruelty-free, prodotti senza lo sfruttamento animale.

Molti celebri brand hanno annunciato, nel 2017, l’abbandono definitivo della vendita di vera pelliccia (Gucci, Versace, Michael Kors, Jimmy Choo, solo per citarne alcuni) per motivi certamente più economici che ecologici: sembra infatti che queste scelte siano particolarmente apprezzate dai consumatori, che ora acquistano con piacere abiti di tutti quei marchi che mostrano avere un occhio di riguardo per l’ambiente.

Ma è sicuro che la pelliccia sintetica rechi meno danni di quella vera? La risposta potrebbe non essere così scontata come parrebbe. Le faux (pellicce sintetiche), sono generalmente fatte di acrilico, una sostanza artificiale che, ben lontana dall’essere biodegradabile, potrebbe impiegare anche un centinaio di anni per essere smaltita dal pianeta (al contrario il pelo vero avrebbe bisogno solo di qualche anno). “I prodotti in pelliccia a base di petrolio sono la perfetta antitesi dei concetti di conservazione e responsabilità ambientale” dice Keith Kaplan, direttore delle comunicazioni del Fur Information Council of America “Tutto il contrario, le pellicce a base di petrolio e plastica sono estremamente dannose per l’ambiente, non sono biodegradabili, sono nocive per la flora e la fauna.”

Inoltre sono in aumento gli studi che dimostrano la pericolosità delle microfibre, composte da piccole particelle che durante i lavaggi in lavatrice si disperdono nell’acqua e finiscono poi inevitabilmente nei mari, negli oceani, nei fiumi, ingerite dai pesci e dagli animali acquatici. Infine, il commercio di animali quali la volpe, il castoro e il coyote, che costituiscono il 15% del traffico mondiale, aiuta l’ecosistema, l’economia ed il sostentamento di diverse popolazioni indigene.

Ovviamente la produzione di pellicce vere non è priva di controindicazioni: l’allevamento degli animali causa un aumento di emissioni di CO2, una grande quantità di rifiuti e di letame scaricato nei fiumi e nei laghi, senza contare l’utilizzo di materiali tossici per tingere gli abiti o il fatto che spesso, le trappole usate per catturare gli animali da pelliccia danneggino inutilmente cani, gatti e piccoli mammiferi.

Nessuna delle due scelte sembrerebbe essere compatibile con un completo rispetto della flora e della fauna del pianeta. Ma gli amanti della pelliccia non devono temere: le soluzioni comunque non mancano. Diversi marchi di abbigliamento stanno infatti cercando di creare capi che possano soddisfare tutte le esigenze degli acquirenti (ecosostenibilità, sfruttamento degli animali ridotto al minimo, comodità ed estetica). Acquistando dei prodotti di qualità, che durano quindi più a lungo, si avrà sicuramente un minore impatto sull’ambiente (rifiutare la logica fast-fashon, in generale, è una buona abitudine); un altro espediente potrebbe essere invece quello di comprare pellicce in agnello o montone, animali già allevati (dunque destinati a morire) dall’industria alimentare.

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