Vivere da NEET in Italia: una generazione davvero perduta?

Attendere significa stare tra l’immobilità e la speranza”
Pauline Michel

La crisi economica compie dieci anni e con lei invecchia anche un celebre Oggetto Lavorativo Non Identificato, i NEET. Secondo le stime dell’Istituto per la competitività italiano, nel 2015 il costo della mancata integrazione dei giovani inattivi é stato di 36 miliardi di PIL nazionale e di 15 miliardi di gettito fiscale perduti.

Il termine, usato per la prima volta nel 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo britannico, rievoca oggi un fenomeno spaventoso, dai contorni incerti, che racchiude una delle conseguenze più logoranti di un’economia bloccata.

Sembra impossibile però riassumerlo in una figura ben definita: per la loro stessa definizione i NEET sono infatti un contenitore piuttosto generico. Con l’acronimo di “Not (engaged) in Employment Education or Training” si indicano i giovani tra i 15 e i 29 anni che non risultano impegnati in un percorso professionale, di formazione o di studio.

Non si indagano all’interno di questa classificazione però le motivazioni o le situazioni dei giovani coinvolti, fermi in una fotografia che ne suggerisce l’immagine poco lusinghiera di persone pigre e disinteressate. Nel proporre soluzioni o riportare percentuali sembrano sempre scomparire le voci e le storie dei singoli individui.

Secondo il Rapporto Istat 2017, in Italia si contano 2,2 milioni di NEET. “Io in teoria sono uno di loro, ma la verità è che se domani mi proponessero un lavoro, lo accetterei, non è una mia scelta trovarmi in questa situazione” racconta un giovane assistente sociale disoccupato ad Alice Facchini.

La giornalista di Internazionale ha condotto per tre mesi un’inchiesta sul fenomeno, fingendosi una neo-laureata in cerca di lavoro e intervistando alcuni giovani inattivi. La storia del ragazzo sembra molto comune: dopo mesi di ricerca vana anche fuori dal proprio settore ha rinunciato e si é dedicato al volontariato. “Mi sono detto: ho già 28 anni, cosa posso fare? Non ho progetti, non ho una casa, non ho un lavoro, però ho un cervello, posso ancora rendermi utile in qualche modo”.

Tra agenzie che curano curriculum a pagamento, annunci non veritieri, offerte di lavoro poco chiare e a volte truffaldine, profili su ogni sito e piattaforma di ricerca, silenzi e rifiuti anche Facchini, attraverso il suo alter ego, si é trovata risucchiata in un vortice di disperazione, un’interminabile e costosa odissea che l’ha lasciata senza certezze.

Nonostante i tratti che accomunano ogni storia, le varie situazioni compongono un mosaico di tessere molto differenti: nel bacino dei NEET non si raccolgono solo laureati, ma anche diplomati, giovani che abbandonano gli studi, under 30 che al termine dell’anno post laurea non hanno più i requisiti per uno stage o un lavoro, giovani che dopo un licenziamento continuano a non trovare una nuova occupazione o che rinunciano a cercare o ricollocarsi e moltissimi lavoratori a nero. Da non trascurare poi la spaccatura tra i giovani settentrionali e i loro coetanei del meridione, in cui si conta un NEET ogni due giovani e tra uomini e donne, a cui viene reso estremamente difficile conciliare privato e lavoro.

Cercare la radice del fenomeno nella mancanza di esperienza lavorativa dei giovani laureati, nell’astrattezza degli studi universitari italiani o viceversa nel basso livello d’istruzione dei diplomati e nella loro mancanza di competenze sembrerebbe quindi una semplificazione piuttosto lontana dalla realtà. La defiscalizzazione delle assunzioni under 30 attivata dalla Garanzia Giovani Europea permette inoltre di tamponare solo in parte quello che sembra un problema strutturale.

Per il demografo Alessandro Rosina, tra i redattori del Rapporto Giovani e autore di “NEET. Giovani che non studiano e non lavorano”, la persistenza del fenomeno in Italia non é soltanto frutto della crisi economica, ma di un sistema che continua a escludere i giovani dalle decisioni economiche, politiche e sociali del Paese. Mentre nel resto dell’Europa la percentuale di NEET si é infatti stabilizzata, in Italia il dato é in espansione: nel 2015 circa un giovane italiano su tre viveva senza studiare o formarsi.

La crisi del 2008 si sarebbe dunque limitata a creare un terreno fertile per un’ulteriore marginalizzazione degli under 30: si stanno inevitabilmente ritorcendo contro l’Italia i mancati investimenti fatti sulla formazione e sull’integrazione dei lavoratori più giovani. A questo poi si aggiungono una serie di fattori concomitanti: la onlus WeWorld rileva che una persona inattiva su quattro é vittima di abbandono scolastico e secondo le stime di Eurofund un reddito familiare basso, un background di immigrazione, una disabilità e la vita in zone isolate aumentano notevolmente il rischio di diventare inattivi.

Rosina crede quindi che il primo passo per estinguere il fenomeno sia combattere la dispersione scolastica, migliorare l’orientamento formativo dei giovani e rendere più fluida la comunicazione tra scuola, università e lavoro.

Non esistono soluzioni semplici od ovvie, ma il docente suggerisce anche di incentivare l’imprenditorialità e la creatività giovanile, un potenziale in Italia fortemente sottoutilizzato, spingendo le imprese a considerare l’assunzione di giovani un vantaggio competitivo sul mercato, non una spesa per la formazione. 

Nel frattempo come fanno i giovani a uscire dal tunnel dell’inattività? “Trovarsi nella condizione di NEET è come essere dentro a un labirinto. Se ci si ferma non si troverà mai l’uscita”, spiega Rosina a Internazionale “Il consiglio più utile che si può dare a chi si trova in inattività è quello di non rassegnarsi e continuare a cercare lavoro e a credere in se stesso”. Questo può significare ad esempio impegnarsi durante il periodo di inattività nel riqualificare le proprie competenze.

 

 

Credits immagini: .            Fonti:

Copertina.                           Rosina e definizione

Immagine 1.                       Formazione e  Garanzia Giovani

Immagine 2.                       Storie italiani e numeri

Immagine 3 .                      Rapporto giovani

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