Perché ci si rifiuta di prendere atto del cambiamento climatico?

“Non possiamo consegnare ai nostri figli un pianeta divenuto ormai incurabile: il momento di agire sul clima è questo”

Barack Obama

Il cambiamento climatico è un problema, ma buona parte della popolazione mondiale non sembra rendersene conto. O, forse, non vuole.

Le notizie sul cambiamento climatico annoiano? Perché molti non vogliono proprio sentirne parlare, cambiano canale quando i telegiornali affrontano l’argomento ed evitano di leggere qualsiasi articolo che tratti di questo tema? Sebbene il cambiamento climatico sia di fatto una delle piaghe del ventunesimo secolo, sono tante le persone che si rifiutano di prendere atto della gravità della situazione, evitando dunque -nel contempo- di agire attivamente per ridurre i danni.

Lo psicologo ed economista Espen Stoknes, autore del saggio What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming(A cosa pensiamo mentre cerchiamo di non pensare al riscaldamento globale) ha provato ad affrontare questo delicato argomento, indagando le motivazioni psicologiche per cui gran parte della popolazione mondiale (specialmente quella dei paesi economicamente più avanzati) continui, con un’ostinata indifferenza, ad ignorare i problemi del pianeta Terra. Egli identifica cinque principali “barriere di difesa” che impediscono una chiara e limpida ricezione di messaggi che hanno per oggetto i cambiamenti climatici: le cinque D.

  1. Distance (distanza). La maggior parte degli individui vive lontana dai luoghi più pesantemente affetti dal cambiamento climatico e non entra mai in diretto contatto con le sue disastrose conseguenze (scioglimento di ghiacciai, inondazioni, incendi, frane); tutto viene percepito come irreale, un pericolo distante anche nel tempo, che mostrerà i suoi effetti tra cento o duecento anni. Insomma, qualcosa di totalmente distaccato dalle preoccupazioni quotidiane.
  2. Doom (destino). Le notizie che vengono diffuse presentano spesso il cambiamento climatico come un disastro incombente ed inevitabile, per affrontare il quale saranno necessari sforzi, sacrifici e fatica: idee che la mente umana tende spontaneamente a fuggire ed evitare.
  3. Dissonance (dissonanza). La discordanza tra i comportamenti quotidiani (lo spreco di energia elettrica, l’utilizzo eccessivo dell’auto, tenere il riscaldamento acceso) e ciò che si sa essere giusto e sano per l’ambiente da un lato fa sentire colpevoli ma, dall’altro, è una situazione avallata dalla società, comportamenti diffusi ed accettati che non si è dunque spinti a cambiare.
  4. Denial (rifiuto). Negando un problema, evitando di informarsi sulle conseguenze delle proprie azioni si scappa dalle proprie responsabilità, evitando il senso di colpa e la paura derivanti dalla consapevolezza di fare qualcosa di sbagliato.
  5. iDentity (identità). In riferimento specialmente a coloro che hanno valori più conservatori, questo punto indica tutte quelle barriere che alcuni individui creano attorno a sé, informandosi ad esempio solo tramite fonti che confermano le loro idee, crogiolandosi all’interno delle loro sicurezze ideologiche, rigettando categoricamente qualsiasi possibilità di apertura: chi ritiene che il riscaldamento globale sia una bufala, difficilmente crederà a chi tenta di spiegargli il contrario.

La somma delle cinque barriere – interconnesse ma distinte fra loro – appare difficilmente penetrabile. Questa situazione è, secondo Stoknes, frutto di un fallimento comunicativo enorme da parte della scienza: non è sollecitando il senso di colpa né predicendo una imminente e distruttiva minaccia che si spingerebbe la gente a prendere a cuore il problema. La soluzione potrebbe essere altrettanto semplice, però: iniziare a parlare del cambiamento climatico in maniera più semplice, immediata e soprattutto coinvolgente. La campagna per la sensibilizzazione sull’ampliamento del buco dell’ozono era stata parecchio efficace, ad esempio: se da un lato i problemi causati da questo fenomeno erano avvertiti come “vicini” alla popolazione (la mancata protezione dai raggi solari ed una maggiore probabilità di danni per la pelle e la salute), anche le soluzioni sembravano a portata di mano (la causa del problema era identificata nelle bombolette spray, un oggetto quotidiano ma, soprattutto, concreto e di facile individuazione). La stessa espressione “buco dell’ozono” risultava più diretta dal punto di vista comunicativo, perché visivamente identificabile. La campagna, iniziata nel lontano 1985 (anno in cui per la prima volta si scoprì un “buco” nell’ozono), si è resa progressivamente più efficace, grazie anche all’adozione, da parte della comunità internazionale, del Protocollo di Montreal, volto ad identificare le sostanze dannose per l’ambiente. Scelta ribadita più avanti da altri trattati come il Protocollo di Kyoto.  

La concretezza, dunque. Come rendere concreto un problema “invisibile”, le cui cause risiedono principalmente nello spreco di energia e nell’emissione di gas? L’Università della California, tramite un esperimento chiamato Engage (coinvolgere, appunto), potrebbe aver trovato delle soluzioni efficaci. Spiegare e ribadire con costanza (tramite l’invio di mail) i danni causati dall’inquinamento sulla salute dei bambini ha portato (nella zona-campione sulla quale è stato effettuato l’esperimento) ad una riduzione del 9% dei consumi, che è arrivato addirittura al 19% nelle case abitate da famiglie. Un altro metodo rivelatosi valido è quello di sfruttare l’istinto di competitività che risiede naturalmente in ciascuno. L’Università, negli appartamenti del campus, ha infatti restituito delle “pagelle condominiali”, in cui ciascuno non aveva accesso solamente ai propri consumi ma anche a quelli dei propri vicini ed in cui, ovviamente, venivano premiati i condomini più risparmiatori. Insomma, la competizione pare essere molto più efficace del senso di colpa.

FONTI:

CREDITS:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *