Averroè oggi? Tra filosofia, teologia e verità

Cercate la scienza, anche se fosse in Cina”

detto del profeta Muhammad

 

Il nome di Averroè è stato spesso associato ad una famosa quanto fuorviante dottrina della “doppia verità” nel rapporto tra religione e filosofia. Il filosofo, giudice e teologo cordobano si fece invece promotore di una visione molto radicale, in cui la verità religiosa non contrastava in alcun modo la verità filosofica, perché “la verità non contraddice la verità”. Novecento anni più tardi, restituire il genuino rapporto tra filosofia e religione proprio di Ibn Rushd può offrire qualche spunto di originalità alla società contemporanea?

 

La “doppia verità”

Una delle letture più distorte del pensiero di Averroè e presenti nel sillabo delle condanne del 1277 riguarda la presenza di una presunta dottrina della “doppia verità”. A dare adito a questa teoria sarebbero le idee di alcuni filosofi di XIII secolo che gravitavano intorno all’Università di Parigi. Questi ultimi sostenevano sia le tesi averroiste sull’unicità dell’intelletto per tutti gli uomini che una distinzione scientifica, epistemologica, tra argomentazioni valide nel campo della filosofia e argomentazioni valide nel campo della teologia.

Motivo del contendere era l’indimostrabilità dal punto di vista della scienza naturale aristotelica della creazione temporale del mondo.  Questa fu la posizione non di Averroè, bensì di influenti maestri latini come Alberto Magno, Boezio di Dacia e anche Tommaso d’Aquino, sotto nel “Trionfo su Averroè” di Benozzo Gozzoli, che rigettavano però completamente l’unicità dell’intelletto averroista.

 

 

Una prospettiva originale dei latini?

Per Alberto e sopratutto Boezio, la filosofia non poteva dimostrare la creazione e altre simili verità perché appartenevano all’ambito della teologia, che oltrepassava e non contrastava il dominio della filosofia. La teoria della “doppia verità” è dunque una lettura distorta di un approccio al rapporto tra filosofia teologia e filosofia nato nel mondo latino che teorizzava due livelli distinti di una stessa verità, non due verità distinte. Anche in prospettiva contemporanea, una riflessione non proprio banale: può la scienza dimostrare l’esistenza di Dio? E ancora: fino a che punto è legittimo inserire concetti teologici in una disputa razionale, filosofica?

Se questo errore di interpretazione è proiettato su figure di rilievo come Sigieri di Brabante, che aveva inizialmente sostenuto le teorie averroiste sull’intelletto unico per tutti gli uomini,  si può relativamente capire l’impropria associazione averroismo-doppia verità. Si corre in realtà un grave, duplice rischio. Da una parte sminuire l’originalità di teorie proprie del Medioevo latino e dall’altra di mettere in bocca ad Averroè una tesi che egli per primo avrebbe avversato dicendo “la verità non contraddice la verità”.

 

 

Religione e filosofia in Averroè

Nelle sue opere teologiche come il Trattato decisivo sull’accordo tra religione e filosofia, Averroè fonda l’accordo tra religione e filosofia sull’interpretazione di alcune sure coraniche. Egli le interpreta come la fonte di un obbligo morale per il vero credente di dedicarsi alla speculazione filosofica, che non contrasta affatto con il Corano nel contenuto ma nella forma dell’argomentazione.

Se l’argomentazione della filosofia è quella dimostrativa, quella della teologia islamica (kalam) è dialettica, mentre il Corano usa delle argomentazioni di tipo retorico. Ma tutte queste forme argomentative concorrevano a spiegare una sola verità, presente nel Corano come nell’insegnamento di Aristotele e anche nella teologia tradizionale, seppur con molti correttivi. Insegnamento aristotelico che doveva essere depurato dalle contaminazioni introdotte da suoi illustri predecessori arabi, come al-Farabi e Avicenna.

 

 

Averroè oggi

Al netto di questa polemica filosofica, è interessante in chiave moderna la distinzione tra i domini di competenze di religione e filosofia. Se nel mondo latino religione e filosofia sono distinte nei campi di competenza, nel pensiero di Averroè la speculazione filosofica è fondata su precetti della legge religiosa islamica (shari’a), in base alla quale per uno scopo religioso come l’uso di un coltello per un sacrificio animale da fare a Dio ci si possa servire anche di un coltello appartenente ad un uomo di altra religione: ciò che conta è il fine, la speculazione filosofica, prescritta nel Corano.

Questo lungo viaggio a ritroso nelle interpretazioni spesso errate del pensiero di Averroè restituisce l’originalità dell’approccio delle tradizioni latina e araba al problema della verità filosofica e teologica e del loro rapporto. Fornisce idee e spunti utili a laici e credenti per approcciare meno banalmente il tema scienza vs religione, sia per un credente ma anche per un laico, tramite la separazione dei domini di competenza di scienza e teologia come nella tradizione latina. Oppure incita il credente a coltivare la sua parte più alta e razionale ricercandone il fondamento nei testi sacri che espongono in maniera solo formalmente ma non sostanzialmente diversa la verità propria della filosofia: questa è la lezione di Averroè.

 

 

Fonti:

Matteo di Giovanni, Averroè. Carocci, Bologna, 2017

Luca Bianchi, From Poep Urban VIII to Bishop Etienne Tempier: the strange history of the doctrine of the ‘double truth’, in corso di stampa

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