Se la diversità è ricchezza: i cristiano-arabi del Medio Oriente

“Troverai che i più vicini a coloro che credono sono quelli che dicono: siamo cristiani!” 
Corano, 5:82

“Non tutti i musulmani sono arabi ma tutti gli arabi sono musulmani”: tra gli stereotipi sulla religione nel Medio Oriente  questo è uno dei più diffusi, anche a causa della scarsa pubblicità che le minoranze di cristiano-arabi, fatti salvi i copti d’Egitto, godono presso i media occidentali. Tuttavia, queste minoranze etniche sono tanto bistrattate dal punto di vista mediatico quanto fondamentali nella storia del Medio Oriente.

 

Melchiti, monofisiti e nestoriani alle origini della civiltà islamica

Quando nel 762 il califfo al-Mansur (il Vittorioso) decise di fondare la nuova capitale del califfato abbaside a Baghdad, uno dei ruoli più importanti nella formazione delle nuove classi intellettuali musulmane spettò ai cristiani. I cristiani ortodossi erano formalmente divisi tra nestoriani, che non credevano nell’unitarietà di natura umana e divina in Cristo, monofisiti che credevano nella natura unicamente divina di Cristo, e  i melchiti, ortodossi ligi alle dottrine dell’imperatore (malik, da cui l’appellativo melchita) di Bisanzio. Le divisioni dottrinali e teologiche non impedirono tuttavia ai cristiani di rispondere in maniera corale all’appello dei califfi per la formazione di un nuovo sapere fondato sulla scienza greca.

Tra i cristiano-arabi più famosi del IX secolo rientra il nestoriano Hunayn Ibn Ishaq, medico e traduttore degli scritti di Galeno; tra i melchiti spicca invece il medico, traduttore e astrologo Qusta Ibn Luqa. Altre figure eminenti furono Teodoro Ibn Qurrah, grande matematico, Abu Bishr Matta, maestro di al-Farabi e Yahya Ibn ‘Adi, allievo di al-Farabi stesso. Le traduzioni dal greco al siriaco e dal siriaco all’arabo operate anche da nestoriani, monofisiti e melchiti costituirono un pilastro portante della classe intellettuale che diede vita all’età d’oro della scienza nel califfato abbaside (IX-XII secolo), dove si diffusero – in parallelo all’Asia Centrale, patria di Avicenna e al-Farabi – la pratica e lo studio della filosofia greca. C’è dunque anche un po’ di contributo dei cristiano-arabi nella formazione di quella filosofia che avrebbe segnato così fortemente il XIII secolo della latinità medievale.

 

 

La Chiesa caldea d’Iraq

Nelle immagini più recenti di devastazione di Mosul operata da Daesh (Isis) ci sono le case segnate dalla lettera araba nun per “nazareni” (quindi cristiani), riferita alla minoranza cristiano araba che negli ultimi anni più di tutti ha sofferto le persecuzioni: la chiesa caldea, di rito cattolico. Nel corso dell’offensiva dello Stato Islamico, 200.000 fedeli caldei hanno dovuto rifugiarsi nel Kurdistan iracheno, dove sono ora ospitati nei pressi di Erbil. Guidata dal patriarca Luis Raphael I Sako, la chiesa caldea conta circa 250 mila fedeli in Iraq, su un milione totale di credenti. Prima dell’invasione americana della prima guerra del Golfo (1992), i caldei in Iraq ammontavano a 800.000.

Nell’ultimo periodo circa 8 mila famiglie sono ritornate nella piana di Ninive, cercando di ridar vita a quella chiesa che era inizialmente nata come chiesa di Babilonia, fondata dall’apostolo san Tommaso e in divergenza forte con le idee dei concili di Efeso (431) Calcedonia (451). Le prime comunità caldee presentavano una dottrina sulla natura di Cristo identica a quella dei nestoriani. Le due nature erano ben distinte: Cristo aveva natura umana, il Figlio di Dio era la sua controparte di natura divina. Intorno al XV secolo cominciarono il distacco dalle comunità nestoriane per riavvicinarsi al rito cattolico romano. Dopo secoli di traversie, dal 1950 la sede ufficiale del patriarcato è stata stabilita in Baghdad: i caldei rappresentano da sempre la maggioranza cristiana più rilevante in Iraq.

 

 

Maroniti di Libano e dintorni: una fonte d’ispirazione per il dialogo?

Oltre ai Caldei d’Iraq esistono altri numerosi gruppi cristiani insediati in Medio Oriente: il più antico è quello a cui appartiene la Chiesa Maronita, fondata dal monaco San Marone tra la fine del IV e l’inizio del V secolo ad Antiochia di Siria, poi trasferitasi dopo l’invasione musulmana di VII secolo in Libano. Ad oggi, i Maroniti contano 3.000 di fedeli, 1.400.000 dei quali nel Libano, di cui costituiscono il 35% della popolazione. Nel periodo per la lotta all’indipendenza del paese i maroniti giocarono un ruolo importante con le “Falangi Libanesi”, guidate dal leader maronita Pierre Gemayel.

Questi gruppi armati furono impiegati nella guerra civile libanese per opporsi al tentativo di invasione siriana sostenuto dall’Iran dei Pasdaran da parte del figlio di Pierre Gemayel, Beshir. Questi gruppi sono ad oggi ritenuti i responsabili per la strage di 3000 profughi palestinesi di Sabra e Chatila nei giorni 16-18 settembre 1982, avvenuta per vendicare l’assassinio di Beshir Gemayel con la complicità dell’esercito israeliano. Emigrati in massa a seguito della sanguinosa guerra civile (1975-1990), oggi i cristiani maroniti esprimono il capo di stato, Michel Aoun.

 

 

Quale ruolo per i cristiano-arabi?

Da queste brevi storie del Medio Oriente appare quasi necessario riportare all’attenzione se non dei media quanto meno della politica queste comunità troppo spesso trascurate. Perché? Per un certo verso, approfondire e rendere più accessibile la storia di queste comunità può rappresentare una porta verso la ridefinizione dei tanti stereotipi sui paesi a maggioranza musulmana, primo fra tutti quello dell’impermeabilità della cultura islamica a quella cristiana. In secondo luogo, chi meglio di queste minoranze conosce e vive da vicino i problemi della convivenza e del dialogo religioso con le comunità musulmane con cui si può confrontare con i propri fratelli nella fede di Occidente? Senza idealismi e senza preclusioni, la strada per costruire in maniera costruttiva ma anche critica passa per un recupero delle identità cristiano-arabe in Medio Oriente.

 

Fonti:

 

Rai Storia

BBC News

Nena News

AGI

ACI Stampa

Avvenire

Occhidellaguerra.it

La voce del santo

Paolo Bettiolo, Scuole e ambienti intellettuali in Siria in

Cristina d’Ancona, Storia della filosofia nell’Islam Medievale, vol. I, Einaudi, Torino, 2005.

Photo credits

 

Copertina: wikimedia.org

Foto 1: wikimedia.org

 

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