Hermann Nitsch: una liberazione cruenta

Ciò che riluttiamo a toccare, sembra

spesso essere l’essenza stessa di cui è

intessuta la nostra salvezza.

Don DeLillo

Nel cuore dell’Austria distrutta dalla guerra, un artista si interroga su cosa possa ancora salvare la società dall’asfissia del vivere contemporaneo. Ma è necessario porsi ancora una domanda. Può davvero l’arte sostituirsi al rito?

A soli 19 anni, Hermann Nitsch scrive e pubblica il manifesto che sarà alla base di quarant’anni di attività artistica. A 19 anni chiede che sia immediatamente sospeso l’inutile finanziamento del teatro statale e delle attività sportive, perché il suo Teatro delle Orge e dei Misteri è l’unica reale forma di salvezza per la società.

In un’Austria da poco uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, incapace di accettare il peso della propria sconfitta e della propria colpa, impegnata a distrarsi nella frenesia della nuova cultura consumistica e iperproduttiva arrivata dall’America, un gruppo di giovani artisti che rispondono al nome di Azionisti Viennesi tenta di creare una frattura nell’asfissiante tessuto sociale, di tornare a respirare usando come campo di battaglia il proprio corpo. Sono uomini che escono per strada coperti di vernice, che compiono azioni clamorose come urinarsi in bocca nel mezzo di un festival del cinema; ribellioni a metà fra il compiaciuto e l’adolescenziale che sfidano le autorità a doverli imprigionare per poterli tenere sotto controllo, dimostrando così di temere tutto ciò che è diverso.

In mezzo all’esplosione cruenta dell’Azionismo, spicca l’attività sistematica di Hermann Nitsch, che sposta l’attenzione dalla castrazione del proprio corpo alla castrazione del corpo sociale, attribuendo all’artista la responsabilità di un disperato, ultimo tentativo di liberazione. Dove una volta c’era la religione, dove c’era il tempo ciclico delle feste sacre o profane, l’arte si fa rito riparatore. Il Teatro delle Orge dei Misteri è un grande rituale che, al di là delle sue forme ridotte in gallerie, festival o Biennali, si ripete ogni anno in una festa che sfida i limiti dell’umano, trasformando la comunità che vi si trova coinvolta in un consesso di corpi al di là di ogni barriera immaginata. Guidato dall’artista sacerdote, il pubblico-comunità supera la repulsione per le viscere e per il sangue, e si ritrova a contatto con istinti così bassi da sembrare irrimediabilmente rimossi. Non più partecipanti a una performance, non più individui, ma esseri umani catapultati a uno stadio sconosciuto della propria esistenza, uno stadio in cui le sovrastrutture, le barriere, le ansie del contemporaneo non esistono più.

Conturbante, osteggiato per l’utilizzo di viscere e sangue animali, più volte fermato dalla polizia nelle manifestazioni per le strade e nelle gallerie (e per questo ormai relegato entro le mura del castello di Prinzendorf), il Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch è forse uno dei tentativi più utopici di ridare un senso, di ristabilire un ordine entro un vivere visibilmente fragile, disperatamente alla ricerca di un punto di riferimento.

L’artista, come scrive lo stesso Nitsch nei suoi manifesti, non è un messia, non è un salvatore. L’arte non potrà mai portare a quella sensazione di liberazione totale che un tempo derivava dalla religione. Ma la riscoperta di un’umanità comunitaria nelle corde più basse della sua esistenza forse sì. E se l’arte può aiutare ad arrivarvi, allora ben venga.

Fonti                                                                               Photo Credits

C. Baldacci, A. Vettese, Arte del corpo                          Smithsonian Magazine

H. Nitsch, Manifesti                                                          Veronasera

Marcus Ian McKenzie

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