Mondi migranti: le leggi che regolano l’immigrazione in Italia

Da quassú la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”

Jurij Gagarin

 

L’immigrazione è stato il tema principale della passata campagna elettorale. Nonostante siano al centro di un intenso dibattito, le leggi che regolamentano l’ingresso dei migranti in Italia sono però spesso poco note.

Le leggi italiane sul tema dell’immigrazione sono raccolte all’interno del Testo Unico sull’immigrazione. Le modifiche più recenti ed attualmente in vigore riguardo alle politiche occupazionali e migratorie degli stranieri in Italia sono quelle apportate al Testo dalla legge Bossi-Fini nel 2002.

Il cittadino straniero che desidera vivere in Italia per più di tre mesi deve richiedere alle questure competenti un permesso di soggiorno, che può essere rilasciato per motivi di adozione, asilo politico, lavoro autonomo, lavoro subordinato, lavoro subordinato-stagionale, missione, religiosi, protezione umanitaria, residenza elettiva, ricerca scientifica, status di apolide o studio.

Uno straniero che fugge da una persecuzione in madrepatria per motivi etnici, religiosi, politici o da un conflitto in corso può fare richiesta d’asilo o di protezione. Secondo la legge Bossi-Fini, i cosiddetti migranti economici, che avrebbero intrapreso il proprio viaggio per migliorare la propria situazione sociale ed economica, sono in genere tenuti a fare domanda per un permesso per motivi di lavoro. 

Ha diritto ad entrare in Italia solo chi tra questi ultimi abbia un contratto di lavoro valido e adeguato al sostentamento economico. Entro otto giorni lavorativi il migrante in questione deve richiedere il permesso di soggiorno, che vale fino a due anni per contratti di lavoro a tempo indeterminato, uno per altre situazioni. È inoltre previsto un permesso provvisorio di un anno per il migrante che perde il lavoro.

La legge del 2002 impone l’obbligo di rilevamento e registrazione delle impronte digitali dei migranti al rilascio e al rinnovo del documento. Inoltre il decreto sull’immigrazione firmato dall‘ex Ministro degli Interni Marco Minniti nel 2017, con l’obiettivo di semplificare le procedure di identificazione e di segnalazione, obbliga i centri di prima accoglienza destinati al soccorso dei migranti a effettuare loro anche screening sanitari e operazioni di fotosegnalamento.

Molto importante e controversa, anche all’interno di un dibattito di natura etica, la questione dell’accoglienza e dei respingimenti.

Per i migranti irregolari sprovvisti di permesso di soggiorno ma con documenti d’identità validi, come già stabilito dalla legge Turco-Napolitano del 1998, viene decretata in via amministrativa l’espulsione con effetto immediato. I migranti vengono dunque accompagnati alla frontiera dalle forze dell’ordine.

I migranti irregolari privi di documenti di identità validi vengono invece condotti in apposite strutture, dove sono tenuti a rimanere fino alla conclusione del processo di identificazione e alla notifica di respingimento.

Tali strutture, aspramente criticate dai detrattori delle attuali politiche migratorie, hanno cambiato nome, ma non natura durante il corso delle legislature. Istituite inizialmente dalla legge Turco-Napolitano con il nome di Centri di permanenza temporanea, sono state successivamente ridenominate Centri di identificazione ed espulsione (CIE) ed infine, con il decreto Minniti, Centri di permanenza per il rimpatrio.

Il limite massimo di permanenza in un Centro é stato fissato dalle leggi del cosiddetto “pacchetto sicurezza” del 2009 a 180 giorni, mentre la Legge Bossi-Fini ha posto diverse restrizioni alle possibili tutele in caso di respingimento.

Il decreto Minniti, con l’intenzione di favorire  la lotta all’immigrazione irregolare, ha potenziato la rete di Centri, dislocandone alcuni in aree meglio raggiungibili e sfruttando edifici pubblici in disuso.

Un altro punto molto controverso e duramente criticato del Testo riguarda i cosiddetti reati di clandestinità e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Nonostante i respingimenti dei migranti in acque extraterritoriali siano stati dichiarati violazione del diritto internazionale, della Convenzione di Ginevra e di diversi accordi europei, anche in caso di accordi bilaterali tra l’Italia e un altro Paese, chiunque aiuti i migranti ad entrare in Italia può essere accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Tale reato penale può comportare fino a tre anni di reclusione e una multa fino a quindicimila euro per ogni migrante aiutato.

Con le leggi del “pacchetto sicurezza” anche lo straniero che entra e soggiorna in maniera irregolare in Italia compie un reato penale. Nonostante la norma abbia suscitato forti perplessità e la Corte costituzionale si sia pronunciata già nel 2010 contro la disposizione, il reo viene punito con un’ammenda da  cinquemila a diecimila euro.

Benché rimanga tuttora un vuoto normativo a riguardo, sono stati effettuati più tentativi di depenalizzare l’immigrazione irregolare. Nel 2013 la Commissione giustizia del Senato aveva approvato un emendamento che, una volta confermato da entrambe le camere, avrebbe infatti abolito tale reato. 

Nel 2014, attraverso una legge delega approvata dal Parlamento, erano stati concessi al Governo 18 mesi per promulgare un decreto legislativo che depenalizzasse il reato, senza risultati.

 

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