Le hijra, ai labili confini di genere in India

“Una grande mente deve essere androgina”

Samuel T. Coleridge

Le hijra sono una categoria rituale indiana molto particolare. Si tratta di figure secolari, in un certo senso vicine alle moderne transgender. Sono infatti maschi biologici castrati, con il ruolo spirituale di benedire i matrimoni e le nascite.

Grazie a tale peculiarità, le hijra non sono affatto discriminate per la loro condizione; esse, anzi, sono assai rispettate e addirittura pagate per queste benedizioni, tanto che vi sono molti impostori che fingono di appartenere alla categoria. Non a caso, spesso, gli “acquirenti” richiedono di verificare i genitali della presunta hijra, prima del rito, costituito da danze e canti propiziatori.

Tutto ciò è permesso da una tradizione assai antica dell’induismo, che affonda le radici nella divinità androgina Ardhanarishvara, composta a metà dal dio Shiva e a metà da sua moglie Parvati. Tale tradizione attribuisce agli androgini, appunto, poteri religiosi e sociali, rendendo le hijra, di fatto, una casta. Non a caso sono assai rigidi i requisiti necessari per acquisire il titolo: bisogna passare per la già ciatata castrazione (se non si è ermafroditi dalla nascita), indossare abiti da donna e gioielli, portare capelli lunghi ed essere in grado di inscenare balli femminili. La popolazione locale, in forza dell’identità religiosa di questa casta, prende molto sul serio il valore dei rituali perpetuati, che si pensa possano favorire ricca progenie. Tale credenza è associata ad uno dei miti indù della creazione, secondo cui Shiva, dopo aver generato il mondo, avrebbe reciso il suo fallo, perché ormai a lui non più utile. L’organo, infrantosi in mille pezzi, avrebbe diffuso la fertilità su tutta la terra. Similmente, le hijra hanno anch’esse perso la fertilità, ma la diffondono con le loro pratiche.

La divinità androgina Ardhanarishvara

Il carattere di comunità ben definita si evince anche dal modo di vivere delle hijra. Esse spesso abbandonano le loro famiglie per andare ad abitare in case condivise, sotto la guida di un guru. Si crea così una vera e propria sottocultura, caratterizzata, fortemente, anche dalla prostituzione. Non è però opportuno il parallelo con la diffusione di questa pratica fra le transgender in Occidente: non si tratta di un mezzo di sopravvivenza in extremis, dettato dall’emarginazione sociale e dalla mancanza di ogni alternativa (come invece spesso accade qui). Le hijra, come già detto, ricevono remunerazioni per i loro rituali e provengono da tutte le classi sociali, anche le più alte e ricche. Di solito, la prostituzione è solo una delle possibilità aperte a chi sceglie, consapevolmente, di intraprendere la via delle hijra.

Paragonare quest’ultime alle transgender occidentali è comunque riduttivo e impreciso anche a livello generale. Esse continuano ad esistere, nonostante la condanna della castrazione introdotta in India dagli Inglesi, e sono orgogliose della propria identità, la quale, tuttavia, le hijra stesse ancora considerano secondo un’ottica prettamente religiosa e spirituale, più che di sessualità e/o di genere. Inoltre, tendono a professarsi come “né uomo né donna”, nonostante assumano sembianze femminili.

Fonti:                                                   Immagini:

– Serena Manda,                                 Copertina
“Neither Man nor Woman:
The Hijras of India”

Vinay Lal,                                                   Sopra
“Not This, Not That:
The Hijras of India”

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *