Quale diversità? Storie di omosessualità dietro le sbarre

“Qualora si accerti che sia vergognoso essere coinvolti in rapporti sessuali tra uomini, questo si deve a cattiveria da parte dei governanti ed a codardia da parte dei governati”

Platone

 

I luoghi comuni su omosessualità e carceri si sono troppo spesso sprecati. Dal “paradiso” dove il detenuto omosessuale può – contrariamente alla società esterna – esercitarla senza essere oggetto di critica o peggio discriminazione, all’inferno assoluto di violenze subite nei bracci maschili dai detenuti omosessuali proprio perché omosessuali. Andare alla scoperta delle loro storie pare sempre di più una necessità per affrontare la realtà con meno pregiudizi ideologici, con il comune intento di considerare i problemi dei detenuti in quanto persone e non in quanto appartenenti ad una categoria sociale specifica.

 

Omosessualità tra abusi e illegalità

Il 7 marzo 2012 il Guardian statunitense pubblicò un’inchiesta sulle condizioni carcerarie degli omosessuali negli States. Il racconto si fondava sulla testimonianza di Rodney (nome di fantasia), 23 enne condannato per frode fiscale. Ad emergere era un quadro inquietante di violenza e sopruso verso i detenuti omosessuali delle sezioni maschili, abusati anche in virtù del loro orientamento sessuale. Un quadro cupo e desolante di sottomissione ai ‘mariti’ di turno, in grado di garantire incolumità dagli assalti sessuali di gruppo in cambio di favori individuali, ricambiati con trattamenti di favore nella comunità: in fondo, dice Rodney, “In carcere essere una spia (snitch) è peggio di essere frocio (fag)“.

Ma esistono casi ben peggiori: paesi dove il problema non è la condizione carceraria degli omosessuali, ma è la stessa omosessualità ad essere causa dell’imprigionamento. Secondo l’inchiesta di Alessandro Mauceri datata al 14 marzo 2017, sono ancora 38 i paesi dove l’omosessualità costituisce reato, per la maggior parte in Africa e in Asia. I casi più estremi sono rappresentati da paesi come Iran e Arabia Saudita, dove l’omosessualità è punita con la pena di morte.

 

Impiccagione in Iran

 

Abusi tra le sbarre: è sempre così?

Sempre l’anno scorso su Metro Uk apparve la testimonianza di Ryan Foster, ex detenuto nelle carceri britanniche. La sua testimonianza appare profondamente diversa però da quella di Rodney: a chiare lettere descrive come “infondate” le sue paure di dover diventare un oggetto sessuale per il divertimento di altri detenuti. Descrive infatti come “molto rare” le violenze tra le sbarre. Anzi, il nesso tra omosessualità e violenza sembra scomparire: l’unico abuso di cui Ryan Foster entrò a conoscenza – anche se indirettamente – riguardava la storia di un detenuto pesantemente indebitato verso il suo aguzzino e stupratore.

Nelle carceri italiane tuttavia gli episodi registrati di abusi in carcere – al 2015, mancano dati più attuali – rappresentano circa il 40% degli abusi totali di carattere sessuale. Resta da appurare quanti di questi sono da imputare ad una motivazione  riconducibile a violenze omofobe oppure a norme non scritte delle carceri come la sodomizzazione dei colpevoli di reati contro bambini. Non sono rari nemmeno gli episodi di violenza sessuale a carattere punitivo verso detenuti indebitati verso altri compagni di carcere. Per questo motivo dal 2016 si stanno aprendo ufficiosamente – Gorizia il primo caso – delle sezioni di carcere dedicate ai detenuti omosessuali, in modo da metterli al riparo da tali pericoli. In questo caso sorge però un rischio collaterale: l’esclusione, causa l’assenza di personale adeguato, di questi detenuti da un percorso rieducativo, fondamentale per chi trascorre una parte della sua vita in carcere. A questo si aggiunge il rischio della formazione di ghetti interni alle carceri.

 

 

Quali soluzioni?

Al momento la situazione dei detenuti omosessuali nei paesi occidentali è in evoluzione, parallelamente all’evoluzione dei riconoscimenti legislativi dei diritti. C’è una prima presa di coscienza delle problematiche connesse alla violenza sessuale di genere nelle carceri, che però non potrà a lungo termine essere risolta strutturalmente con la costituzione di sezioni omosessuali, a rischio di costituire dei ghetti. Sebbene l’efficacia temporanea di questi provvedimenti non sia in discussione, sono la rieducazione e la sensibilizzazione degli altri detenuti a costituire una chiave di lettura più ampia non solo contro la violenza contro i detenuti omosessuali, ma contro la violenza sessuale nelle carceri in genere.

Secondo ricerche psicologiche, il pericolo cui vanno incontro i detenuti oggetto di stupri ed abusi è una forte dissociazione fra personalità e esercizio della propria sessualità, a tal punto da portare alcuni soggetti a “negare la propria mascolinità”, come sostenuto in un recente studo della psicologa Giuliana Proietti Ancona. Sono questi i traumi che i detenuti portano con sé anche al di fuori del carcere e che ne segnano il percorso esistenziale e vanno combattuti in quanto tali.



 

 

 

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