Adolescenti sospesi: la salute mentale dei giovani in Italia

“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso”,

Primo Levi

Nessuno pensa alle conseguenze più immediate del precariato generalizzato: i Millennials stanno manifestando disagi psicologici sempre più forti e la qualità della loro vita risulta sempre più compromessa.

La conferma arriva dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna, che il 24 aprile del 2018 ha rilasciato un comunicato intitolato “L’adolescenza sospesa dei ragazzi di oggi”. Il testo é tra i primi a mettere in luce la trasformazione non solo sociale ed economica in atto: i ventenni e trentenni precari italiani, non riuscendo ad emanciparsi dalla famiglia di origine e a costruirsi la propria indipendenza, si ritrovano costretti a vivere nel limbo di un’ “adolescenza sospesa”.

É un “cane che si morde la coda”, dato che le condizioni che portano la psiche dei giovani a infragilirsi creano un circolo vizioso che si auto-alimenta: “I giovani si trovano a volte in condizioni comparabili all’indigenza, con conseguenti frustrazione e perdita dell’identità sociale; quasi sempre, quando hanno un lavoro, sono comunque sottopagati” dichiara nel comunicato Anna Ancona, Presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna “Tutto ciò crea incertezza anche a livello delle proprie capacità e competenze, abbassando la stima di sé“.

La situazione in cui si trovano i giovani italiani, come spiega sempre nel testo Elisabetta Manfredini, Vicepresidente dell’Ordine, è quella di una stasi indesiderata, un sentirsi immobilizzati in un continuo qui e ora che non lascia spazio a progetti per il futuro, ma che si sviluppa solo in un presente monodimensionale fatto di emergenze quotidiane.

“La difficoltà di realizzarsi nel lavoro può causare un senso di impotenza e disorientare, bloccare, determinando significative ricadute in ambito affettivo-relazionale” prosegue la psicologa “Dover cercare e cambiare spesso lavoro, inoltre, può significare anche trasferirsi in luoghi diversi e abituarsi a nuovi contesti, con la necessità di ricostruire continuamente non solo le proprie abitudini, i punti di riferimento che per molte persone hanno un ruolo importante nel dare solidità, ma anche i propri legami”.

Giovani dunque apparentemente isolati, senza punti di riferimento stabili, costantemente logorati dal senso di impotenza e dalla preoccupazione per il futuro che incombe. Come rileva l’Ordine quest’angoscia può comportare a lungo termine gravi danni per la salute mentale dei precari: disagio, demotivazione, sofferenza psicologica si tramutano presto in depressione, ansia, senso d’inadeguatezza e panico, accompagnati da una sintomatologia psicosomatica.

Considerazioni simili provengono anche dallo studio del sociologo e ricercatore Roberto Cardaci intitolato “Il disagio psichico dei lavoratori precari in Piemonte. Una ricerca sul campo”, in cui nell’arco di due anni (2007-2008) venivano indagate le condizioni di salute mentale dei lavoratori precari della regione.

Lo studio si muoveva su più piani paralleli: l’analisi dell’interazione tra precariato e disagio psichico di utenti dei Servizi di Salute Mentale della Regione Piemonte era associata a quella delle forme di risposta dei Servizi Psichiatrici e dell’efficacia delle cosiddette “Reti territoriali”. Molto interessante notare come nello studio l’osservazione degli utenti si fosse basata sulle loro cartelle mediche e sulle loro terapie, piuttosto che su un confronto diretto: l’intenzione era quella di non alimentare lo stigma e la vergogna della propria condizione nel campione di precari, evitando possibili ricadute sul loro status sociale.

La malattia mentale è infatti in Italia considerata ancora tabù e motivo di imbarazzo, che si somma nei precari al senso di inadeguatezza per la mancanza di una collocazione e di un ruolo produttivo nella società. La bibliografia disponibile al tempo della ricerca sottolineava l’analogia tra la condizione della salute mentale dei precari e quella dei cassintegrati della regione negli anni ’80 e ’90, accomunati dallo stesso smarrimento e dalla stessa preoccupazione. Alla condizione dei precari si aggiunge però un elemento di incertezza in più: questo lavoratore non dispone infatti di un’entrata stabile, anche se minima.

Anche se al tempo dello studio la mancanza di sicurezza professionale veniva ritenuta una concausa dei problemi di salute mentale, a seguito di rilevazioni della Scuola anglosassone é stato possibile osservare come in realtà questa sia da considerare un fattore scatenante della malattia, se non la causa principale. Netti miglioramenti per la salute mentale dei soggetti studiati erano stati infatti riscontrati quando le Reti territoriali e gli sportelli di aiuto operavano un reinserimento graduale dei precari nel contesto lavorativo.

La ricerca ha coinvolto 1122 lavoratori precari di entrambi i sessi tra i 26 e i 45 anni, una fascia d’età tradizionalmente associata all’età adulta e alla capacità di fare scelte autonome, con titoli di studio che spaziavano dal diploma di terza media alla laurea. Il 60% del campione viveva in una famiglia di nuova formazione, con figli e un partner, mentre il resto dei soggetti viveva o era tornato a vivere con la famiglia d’origine. Il 33% degli utenti non aveva mai conosciuto altra condizione lavorativa che il precariato e si adattava insieme al restante 67% a svolgere qualsiasi tipologia di impiego. Una differenza nel grado di instabilità degli utenti era creata dal titolo di studio: i laureati, nonostante il disagio psichico, riuscivano a mantenere con maggiore continuità un posto di lavoro rispetto ai diplomati.

I disturbi mentali del campione apparivano assai variegati: il 39,3% manifestava schizofrenia e altri disturbi psicotici, il 18,98% disturbi della personalità, il 17,20% depressione, il 17,02% disturbi d’ansia come fobie e panico. Circa 166 utenti del campione inoltre avrebbero aggravato la propria situazione con un tentativo di suicidio, mentre nel 18,62% dei precari la diagnosi di psicosi era accompagnata da una dipendenza da stupefacenti e nel 15,41% da etilismo. Tra le concause del disagio avevano un peso non trascurabile i rapporti difficili con la famiglia di origine (46,96% del campione) oppure con la famiglia di nuova formazione (20,40%).

La forzata dipendenza e a volte convivenza, unita alla frustrazione e alle difficoltà economiche, sono infatti contemporaneamente causa e conseguenza del precariato e del malessere: l’adolescenza protratta alimenta la disgregazione di relazioni affettive, logorando e distruggendo il “sistema famiglia“, spesso con esiti tragici. Uno dei portati più importanti e alienanti di questa situazione appare infatti l‘acuirsi del conflitto intergenerazionale.

Le osservazioni di Cardaci non potrebbero essere più attuali: l’incubo del precariato é ancora presente nella vita dei giovani italiani, nonostante i dati positivi dell’indagine Istat del primo trimestre del 2018. La crescita occupazionale é infatti concentrata esclusivamente nella fascia dei dipendenti a termine (+12,4%), mentre permanenti e lavoratori indipendenti continuano a calare. I 66.000 occupati in più sono infatti lavoratori a tempo determinato, per lo più nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni e in quella sopra i 50 anni. 

Come vincere l’instabilità e la sofferenza? Secondo l’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna bisogna affinare la dote della resilienza, affrontando le avversità senza piegarsi.

 

 

Credits immagini:                Fonti:

Copertina .                            NEET e posti di lavoro e numeri veri

Immagine 1 .                        Malattia mentale e Trentenni e studio Piemonte

Immagine 2.                         Studio Emilia Romagna

Immagine 3

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *