Parlare di orgoglio: breve storia della lingua italiana

Non si può dire che sia veramente lingua,

alcuna favella che non ha scrittore.

Pietro Bembo

 

Nel clima di chiusura nazionalistica che contraddistingue la contemporaneità, spesso lingua e cultura locale diventano un motivo di creazione di barriere piuttosto che di contatto. Una breve parentesi storica mostra però che quell’italianità che spesso diventa vanto è una bandiera più fragile e frastagliata di quanto si creda.

Non è raro, pure in un paese ad altissima percentuale di analfabetismo funzionale come l’Italia, avvertire come l’appartenenza culturale e in particolare il suo veicolo linguistico siano utilizzati come strumenti per innalzare barriere, per stabilire confini insuperabili fra “noi” e “loro”. Noi che mangiamo meglio degli altri, noi che beviamo vino, noi che siamo cresciuti con i valori dell’ospitalità e della famiglia. Una cultura formatasi per stratificazioni secolari si fossilizza così in un motivo d’orgoglio figlio della paura e di tantissima, tantissima ignoranza. Storicamente parlando, infatti, non esiste elemento della cultura italiana che sia rimasto intangibile negli anni, che non abbia subito la dirompenza di ibridazioni internazionali, di convenzioni, di improvvisi stravolgimenti. A partire proprio dalla sua lingua.

L’evoluzione

Non diversamente dal francese, lo spagnolo o il rumeno, la lingua italiana è infatti un’evoluzione del latino. Latino non inteso come quello sistematizzato sui libri di grammatica dei libri liceali, ma latino parlato dai contadini, dai soldati che varcavano i fronti dell’Europa intera e lo lasciavano in eredità ai figli avuti con donne di popoli lontani. Latino di tutti, che a fatica trovava il modo di darsi una forma scritta oscillando fra le inflessioni locali e le prescrizioni dei grammatici.

La volgar lingua

Ampio salto temporale: nel Cinquecento l’Italia è divisa in un gran numero di Stati, Ducati e Regni fra cui spiccano il Regno di Napoli, lo Stato Pontificio, la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano. Per la comunicazione orale, hanno sviluppato secondo le proprie cadenze parlate che geograficamente e foneticamente si distinguono l’una dall’altra quanto il francese si distingue dallo spagnolo. Per quanto riguarda la lingua letteraria, invece, il passaggio trecentesco delle tre corone (Dante, Petrarca e Boccaccio), ha comportato la sedimentazione di un modello che viene fissato e sistematizzato da Pietro Bembo, intellettuale presso la corte Medicea. Formatasi intorno alla floridissima area fiorentina, quindi, la prima lingua letteraria italiana segue le movenze del parlare toscano.

Sciacquare i panni in Arno

1861, nasce l’Italia unita. Di quelli che ora sono ufficialmente chiamati cittadini del Regno d’Italia, poco più del 2% sanno parlare quello che è ufficialmente chiamato italiano. Poste le enormi disparità regionali – nessuna delle quali ha avuto una formazione differente o secondaria rispetto al toscano – un congresso di politici e intellettuali è chiamato a decidere quale sarà la lingua nazionale: fra questi vi è Alessandro Manzoni, che con l’ultima edizione dei suoi Promessi Sposi contribuirà ampiamente alla fissazione di una lingua successivamente diffusa da rete scolastica e apparati mediatici.

A differenza di Stati come la Francia, quindi, in cui una sola lingua ha seguito l’evoluzione del Paese, l’italiano è frutto di un lavoro intellettuale che, attraverso figure come Pietro Bembo o Manzoni, ha permesso la creazione di una lingua nazionale ispirata ai momenti più alti della storia della letteratura. Una lingua nata per convenzione, una lingua che sottende la varietà immensa dei dialetti che, sempre per convenzione, non sono diventati lingua ufficiale, una lingua che continua a crescere nei neologismi, nei nuovi contatti, che si trasforma sotto il peso inevitabile dalla nuova comunicazione.

Una lingua che, come la cultura di cui è veicolo, muore nel momento in cui si fossilizza, in cui non è più in grado di parlare perché viene dimenticata o – peggio – trasformata in un feticcio senza memoria e, di conseguenza, senza futuro.

Fonti                                                                                                            Photo Credits

T.d.Mauro, Storia linguistica dell’Italia Unita, Laterza, 1963                          www.gazzettaregionale.it

G.Patota, Lineamenti di grammatica storica dell’Italiano, Il Mulino, 2002     www.lesboisdesarts.it

www.illibraio.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *