Omoerotismo nel mondo antico. Il caso della Mesopotamia

 “Hai amato Endiku e ti sei legato a lui come a una moglie; e sarà lui a salvarti ripetutamente”

Ninsun, madre di Gilgamesh, rivolta a suo figlio

Il riferimento a rapporti fra persone dello stesso sesso – quasi esclusivamente due maschi – è presente, anche se non frequente, nella letteratura e nei codici legislativi mesopotamici.

Gilgamesh ed Endiku

È però da fare prima di tutto una premessa: applicare categorie di sessualità alle culture antiche significa sicuramente rischiare forti anacronismi. Termini quali “omosessuale”, “bisessuale”  etc appartengono alla cultura occidentale, in cui sono nati, e per di più alla sua fase più recente; essi, infatti, sono stati introdotti gradualmente dalle scienze psicologiche e sociali a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, nel tentativo di spiegare l’esteriorità dei comportamenti erotici, riconducendoli a cause interne all’individuo, che agiscono a livello inconscio.
Tale visione moderna si basa sul concetto di orientamento sessuale, inteso come componente strutturale della natura più intima di una persona. Essa, però, non apparteneva di certo all’antichità, in cui l’attenzione era posta sull’atto in sé, non sull’interiorità dell’individuo. Così era, d’altronde, fino alla rivoluzione illuministica, anche in Occidente: prima che il cristianesimo perdesse, almeno in parte, il suo assoluto imperio in materia di norme morali, sodomita era considerato chiunque indugiasse in atti sessuali non esclusivame diretti al concepimento di una prole.

Riguardo, in particolare, alle civiltà mesopotamiche, la centralità del maschio guerriero, figura cardine della struttura di queste società, influenzava inevitabilmente anche l’atteggiamento nei confronti dell’erotismo.
L’atto sessuale, al di fuori del mero fine riproduttivo, era infatti inteso soprattutto come espressione sociale di dominio e potere, operata da un maschio di alto rango nei confronti di una donna o di un uomo di status inferiore.
Un esempio di quest’ultimo caso viene dato da uno degli auspici propiziatori presenti nelle tavole del “Summa alu”, raccolta di testi mesopotamici usati per predire il futuro. Esso riporta che se un nobile avesse penetrato un cortigiano (gorseqqu), sarebbe stato liberato dai suoi mali per un anno; sembra quindi trattarsi di un incentivo a perpetuare questa pratica, ma, ciò va chiarito, solo a patto di costituire la parte attiva del rapporto. Costituire quella passiva era invece non solo considerato fonte di sfortuna e sofferenza – ciò si evince da altri auspici dello stesso “Summa alu” – ma anche condannato dalla legge. Nel codice assiro, in particolare, si trova scritto che se un cittadino avesse accusato un suo pari di “concedersi”, senza poter però provare il fatto, sarebbe stato punito a frustate; l’accusato sarebbe stato, invece, stuprato collettivamente e poi castrato, se il fatto si fosse rivelato vero.

Questa discrepanza nella considerazione dei due ruoli – attivo e passivo – avvicina le civiltà mesopotamiche antiche a quelle greca e romana; anch’esse d’altronde erano fortemente incentrate sulla mascolinità, intesa come ideale di bellezza, simbolo di potenza e condizione necessaria per i diritti politici. In Grecia, diffusa era la pratica della “pederastia”, legame che univa un giovinetto ad un uomo già maturo e che era visto come percorso di formazione per l’adolescente; a Roma, invece, i patrizi usavano sfruttare i propri schiavi maschi anche come giocattoli sessuali. In entrambi i casi, si trattava di un comportamento accettabile per un uomo  adulto e libero solo se il suo ruolo era attivo.

Ulteriore parallelismo fra la Grecia e le civiltà mesopotamiche sta in un altro tipo di rapporto omoerotico: il sodalizio fra compagni in armi. Qui, all’atto fisico, si univa la passione del sentimento, rendendo meno pregnante l’importanza dei ruoli. È il caso di Achille e Patroclo, presente nell’Iliade, ma un altrettanto forte legame d’amore è descritto fra Gilgamesh ed Endiku nell’Epopea di Gligamesh, il quale nel poema piange, come il figlio di Teti, alla morte del suo prediletto. Questo tipo di unioni poteva rafforzare la coesione e la fiducia reciproca dei soldati.

Fonti:                                                   Immagini:

Martti Nissinen,                                       Sopra

“Are There Homosexuals

in Mesopotamian Literature?”

Bruce L. Gerig,                                   Copertina

“Homosexuality in the

ancient Near East”

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