Gino Bartali, ovvero: come l’orgoglio sportivo può salvare una nazione

“Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”

Gino Bartali

 

È  il 14 luglio 1948 alle 11.30 a piazza Montecitorio a Roma: Antonio Pallante, giovane militante di estrema destra, spara a Palmiro Togliatti. Il leader del Partito Comunista Italiano (PCI) è ridotto in gravi condizioni, al suo capezzale accorrono numerosi avversari politici, anche i più accaniti tra i quali Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano (MSI). Dopo la tesissima tornata elettorale del giugno 1948, la situazione sociale è  incandescente. Ma l’incredibile l’impresa di Gino Bartali al Tour de France, con un incredibile rimonta nella classifica generale sul francese Louison Bobet, scaccia i fantasmi della guerra civile.

 

L’eredità della “pugnalata alla schiena”

Correre un Tour de France nel dopoguerra in Francia non è semplice per un italiano: il mito della “pugnalata alla schiena”, la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 contro una Francia ormai occupata dai nazisti è ancora molto sentito. I corridori italiani sono spesso insultati durante la corsa. A complicare la situazione ai nastri di partenza ci sono le defezioni di Fausto Coppi e di Fiorenzo Magni per la squadra italiana. Il primo declina per ragioni di opportunità, il secondo non partecipa perché inviso in Francia per il suo passato fascista. Restava come unico corridore che poteva competere per la classifica generale Gino Bartali – sotto a sinistra, Fausto Coppi alla sua destra – 34 primavere ormai alle spalle.

 

 

“Pronto, sono De Gasperi”

Dopo un inizio promettente – vittoria in volata già nella prima tappa del 30 giugno – sono le tappe pirenaiche ad affossare le ambizioni di classifica del vecchio leone toscano, che accusa 21′ di ritardo dal grande favorito della vigilia e maglia gialla, il 23enne bretone Louison Bobet. Il 14 luglio, giorno di riposo della Grande Boucle e festa nazionale francese, ad un Bartali sfiduciato ma assetato di rivalsa arriva una telefonata inaspettata: dall’altra parte della cornetta c’è il vincitore delle elezioni, il presidente della DC Alcide De Gasperi (sotto nella foto).

Gli chiede di vincere, “perché qua c’è una gran confusione” seguita all’attentato a Togliatti. Dopo la tesissima atmosfera della campagna elettorale della primavera-estate 1948 segnata dalla competizione fra Fronte Popolare (Partito Comunista e Partito Socialista Italiano) e Democrazia Cristiana, nel paese la situazione è in preda al caos più totale: in alcune zone industriali scoppiano tumulti ed insurrezioni, la CGIL proclama lo sciopero generale e il ministro degli interni, Mario Scelba, ordina una dura repressione contro i tumulti.

 

 

 

Ginaccio cuor di leone

L’indomani, il 15 luglio, il gruppo dei migliori affronta uno dei tapponi alpini più duri, con arrivo al mitico colle d’Izoard, 2361 metri. Ginaccio – il suo soprannome in corsa – che molti in Francia reputavano “troppo vecchio per vincere il Tour” stacca tutti con una micidiale serie di scatti: Louison Bobet, leader della generale, annaspa a 19′ di distacco. Ora è poco meno di un minuto a separare la giovane maglia gialla francese e il vecchio leone toscano. Il popolo italiano è attaccato alla radio, pieno di orgoglio per le epiche gesta del proprio connazionale.

Il giorno successivo un altro tappone alpino con Galibier, Croix de Fer, Grand Coucheron e Granier vede Bartali arrivare con 6′ sul belga Alberic Schotte, poi secondo nella generale: un secondo arrivo in solitaria per togliere il primato a Bobet. In stato di forma eccezionale, Bartali vinse anche la tappa del 18 luglio a Losanna e del 23 luglio a Liegi arrivando alla passerella trionfale di Parigi (25 luglio) con 26’16” proprio su Schotte,  28’48” sul francese Guy Laperbie e più di mezz’ora su Louison Bobet.

 

 

No, non è “solo un gioco”

L’orgoglio sportivo punto sul vivo di un corridore sanguigno e ansioso di prendersi la rivincita su chi lo dava per finito aveva tenuto unita un’intera nazione, peso che però non aveva sentito sulle sue spalle. Se è vero che lo sport a volte “è solo un gioco”, questo sembra essere uno dei casi in cui, in maniera straordinaria, si trasforma in qualcosa di molto più importante. Per un verso, è vero che l’eccessivo fanatismo sportivo genera mostri: come aveva ironicamente notato Winston Churchill, “gli italiani affrontano una partita di calcio come una guerra e una guerra come una partita di calcio” (affermazione valida anche oggi?). Dall’altra è innegabile il fattore catartico ed emotivo che entra in gioco nell’assistere ad un’impresa quasi impossibile ed emozionante. Il legame collettivo che si può creare in un’intera nazione, lacerata e sull’orlo del baratro, fu così forte da permettere, in nome dell’orgoglio per le imprese di Bartali, ad un intero paese di rialzarsi e cominciare a camminare insieme verso la ricostruzione.

 

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