Rain Dove: iconografia dell’accettazione di sé

Dobbiamo accettarlo: siamo

Decostruiti gli uni dagli altri.

 E se non lo siamo ci manca

Qualcosa”

Judith Butler

Diventata modella quasi per gioco, Rain Dove sceglie di utilizzare l’atipicità del proprio corpo come un’arma per scardinare binarismi e pregiudizi che regolano i rapporti sociali e proporre un’accettazione di sé senza limiti e senza definizioni.

 

Dopo aver perso una scommessa con un’amica, si presenta a un provino dove viene selezionata come modella per una pubblicità di intimo maschile. Comincia così una carriera che dalla fattoria del Vermount in cui è cresciuta come una “donna brutta” la porterà fino alle passerelle della New York’s Fashion Week e alle pagine di Cosmopolitan come una delle 11 donne che stanno ridefinendo il concetto di bellezza.

 

Cresciuta dentro un corpo mascolino, impara fin da piccola a districarsi fra gli stereotipi di genere. Arriva a lavorare per un anno sotto pseudonimo come vigile del fuoco. Per un anno, nessuno sospetta che non sia un uomo e questo le permette di provare sulla pelle la disparità di trattamento che le viene riservato.

Consapevole delle dinamiche che sottendono a quello che lei stessa chiama gender capitalism, consapevole di un aspetto non convenzionale che sa montare e smontare a piacimento, Rain Dove decide di rendere il proprio corpo un campo di battaglia per ridefinire i confini di stereotipi dati troppo spesso come realtà immutabili: “Stiamo tutti lottando per essere unici e la cosa più unica che possiamo fare è essere noi stessi. Il genere non esiste, è una costruzione della società e voi non dovete rientrarci. Ci sono persone che vi amano, persone che vi ameranno. Ci sono persone che vi accettano e io sono una di loro”.

Oltre che sulle passerelle, nei locali e nelle trasmissioni di mezzo mondo, la sua battaglia si svolge ogni giorno sui social dove è attivissima non solo per rispondere alle domande dei follower (che difficilmente si schiodano dal “ma sei un uomo o una donna?”), ma anche per promuovere continue campagne in cui il suo corpo androgino si presta a photoshooting o esperimenti sociali che confrontino direttamente la condizione femminile e quella maschile.

Lontana dalle teorizzazioni e dai trattati, la sua è una battaglia che si costruisce per piccoli passi quotidiani, che passa attraverso l’immagine, che passa attraverso il vestire e il comportarsi. “Sogno un giorno di poter essere noiosa” afferma “di non suscitare più scalpore”, chiarendo che la visibilità mediatica è e deve rimanere un mezzo e non uno scopo. Un mezzo per schierarsi con i diritti di tutti, senza barricarsi nelle rigidità che troppo spesso contraddistinguono le vie istituzionali, un mezzo per dichiararsi oltre ogni possibile dicotomia, nell’attesa che ci arrivino anche gli altri.

Fonti                                                            Photo Credits

www.buzzfeed.com                                      www.funweek.it

www.dailymail.co.uk

www.bigrope.com

www.cafeweb.it

 

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