I “regni delle donne”: matriarcato, fra storia e leggenda, nella tradizione cinese

“A voler ignorare sistematicamente la violenza ed il potere delle donne, a proclamarle sempre oppresse e quindi innocenti, si dipinge una umanità divisa in due che non corrisponde alla verità”   

Élisabeth Badinter

Viene tradizionalmente considerata matriarcato una forma di organizzazione sociale in cui, in contrasto con il patriarcato, l’autorità viene esercitata dalle donne, in materia di scelte che riguardano la comunità e i suoi valori.

Furono in particolare alcuni evoluzionisti sociali di fine Ottocento, fra cui Engels, a far vertere l’attenzione dell’antropologia sul matriarcato. Essi infatti teorizzarono che il cardine del passaggio dalla completa barbarie alla civiltà sarebbe stato proprio la nascita di società di questo tipo, le quali avrebbero posto un freno ed un contraltare all’assolutismo troppo distruttivo del patriarcato. Tale attenzione scemò però rapidamente, fino quasi a sparire a metà del Novecento, e oggi è opinione diffusa fra gli studiosi che la teoria prima menzionata sia poco credibile, sulla base della scarsità dei riscontri etnologici. In certi casi, come per le Amazzoni, il riferimento a matriarcati è ormai liquidato come pura fantasia.

Tuttavia, negli ultimi tempi, vi è stata una relativa rivisitazione dell’argomento da parte di accademici e femministe, ad esempio riguardo ad alcune etnie minoritarie cinesi, fra cui quella dei Naxi e dei Lahu; in esse infatti le donne, seppur prive del dominio assoluto, rispetto alla controparte maschile, sono di certo considerate con eguale, se non maggiore, riguardo. È vero che la cultura tradizionale cinese fa riferimenti ad alcuni “regni delle donne”, risalenti al periodo della dinastia Tang (618-907 d.C.), e molti aspetti delle sopracitate etnie potrebbero oggi sembrare un loro lontano retaggio. Ma come nel caso delle Amazzoni, i rimandi a questi ipotetici regni sembrerebbero in gran parte poco più che finzione letteraria. Vale comunque la pena di considerare i casi che invece hanno validi riscontri storiografici.

Donna naxi in abiti tradizionali

Fra questi ultimi il più significativo è certamente quello della tribù tibetana dei “Supi”. Secondo le cronache del periodo Tang, si trattava di un sistema autocratico, con una evoluta burocrazia ed una stratificazione sociale che poneva le donne al vertice del potere. I mariti della “dittatrice” non avevano, pare, alcun ruolo, mentre tutti i ministri di corte e gli ufficiali di guerra erano femmine. Agli uomini erano lasciati solo mansioni nell’esercito e nell’agricoltura. Le donne potevano sposarsi più volte e la linea della discendenza era determinata dalla madre. È attestato che contatti non belligeranti con una società molto probabilmente corrispondente ai “Supi” vi sarebbero stati in Cina tra il 600 e il 750 d.C. circa. Questo sarebbe un caso comprovato – e a dire il vero forse l’unico – di società matriarcale a tutti gli effetti, nella storia di Cina e dintorni.

Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il Giappone. Si sa che tra il 590 e il 770 circa, metà dei regnanti in carica furono donne. Queste imperatrici (Suiko, Saimiei, Jito, Genmei, Gensho, Shotoku), a cui le fonti cinesi dell’epoca si riferiscono con il termine “nuguo”, appartenevano tutte alla tradizionale linea dinastica, perciò esse non costituirono alcun stravolgimento della politica giapponese del tempo. Uno storico nipponico del XIII secolo, infatti, nella trattazione della fase suddetta, considerava assolutamente legittime queste regine, in quanto “donne e uomini vengono al mondo allo stesso modo”. Tale spirito egualitario si evince anche da molte leggi e usanze giapponesi del VII-VIII secolo. La discendenza di una famiglia poteva infatti essere sia patrilineare che matrilineare e i mariti vivevano in residenze separate dalle case in cui le mogli accudivano autonomamente la prole. Tuttavia la figlia di un imperatore poteva salire al trono solo se sposata con un altro possibile successore, rendendo la linea del padre più importante. Per questo, e perché cariche ministeriali e di guerra erano comunque affidate in gran parte a uomini, il regno di queste imperatrici non può considerarsi veramente matriarcale.

Un caso simile, seppur isolato, vi fu nella stessa Cina del periodo Tang. Wu Zetian, moglie dell’imperatore alla fine del VII secolo, tentò di creare una sua propria dinastia matrilineare e di sovvertire così la struttura patriarcale delle istituzioni cinesi. Pare che per raggiungere il suo obiettivo arrivò persino ad uccidere alcuni dei suoi stessi figli, ma il suo progetto fallì già alla generazione successiva.

Wu Zetian

In conclusione, quindi, parlare di società matriarcali vere e proprie è azzardato, anche per quanto riguarda i “regni delle donne” della letteratura cinese. Ciò non toglie che, sicuramente, l’assolutismo del patriarcato era in queste zone meno forte che in Occidente, dove invece l’eredità della cultura ellenica e romana si unì al pregiudizio del cristianesimo nel far radicare un’immagine assai negativa della figura femminile, ancora oggi dura a morire.

Fonti:                                                   Immagini:

Jennifer W. Jay,                                  Copertina

“Imagining Matriarchy:                            Sopra

Kingdoms of Women in Tang China”     Sopra

 

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