Il mondiale fantasma del 1942, tra mito e realtà

I Mondiali in Europa sono una cosa, in Sud America decisamente un’altra,

Federico Buffa

 

“Il Mondiale del 1942 non figura in nessun libro di storia ma si giocò nella Patagonia argentina senza sponsor nè giornalisti e nella finale accaddero molte cose strane, come il fatto che si giocò un giorno e una notte senza riposo, che le porte e il pallone sparirono e che il temerario figlio di Butch Cassidy tolse all’Italia tutti i suoi titoli.” Così lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, autore di best-seller come “Il rigore più lungo del mondo”, iniziava il suo racconto “Il figlio di Butch Cassidy” sul presunto mondiale disputato nel 1942 in Patagonia, Argentina, tra italiani, tedeschi, indios e altre nazioni, su cui mancano indizi di storicità certa. Ciononostante la storia di un mondiale giocato ai confini del mondo durante uno dei periodi più bui per la storia dell’umanità rimane qualcosa di estremamente affascinante. 

Nel 1942 in Patagonia convivevano effettivamente comunità etniche di diversa provenienza: italiani, inglesi, francesi, tedeschi, polacchi e indios mapuches. Nella regione meridionale del paese si trovavano etnie eterogenee. I tedeschi arrivati erano in maggioranza tecnici dell’elettricità, si dice arrivati per installare la prima linea transoceanica Pacifico – Atlantico. Il racconto di Soriano dice che per celebrare tale impresa avessero deciso di giocare un trofeo di coppa del mondo con i rappresentanti delle altre nazioni: gli italiani però si rifiutavano di giocare perché non volevano ammettere la validità dei titoli mondiali vinti durante il regime fascista (1934 e 1938), ma al tempo stesso non erano intenzionati a mettere in palio il titolo di campione mondiale, specialmente in presenza dei rivali tedeschi.

 

 

“Arbitro ladro”

L’organizzazione del torneo, secondo la storia narrata dal film “Il mundial dimenticato” di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, fu affidata a Vladimir Otz, ricco nobile di origini balcaniche, grande amico di Jules Rimet, organizzatore delle coppe del mondo, da cui il nome di coppa Rimet.  L’arbitraggio sarebbe stato affidato niente meno che a William Cassidy, figlio del celebre bandito Butch Cassidy. Quando si dice arbitro ladro…

La fase a gironi si disputò su tre campi ricavati a colpi di machete su tre spiazzi di erba di cento metri di lunghezza.  Nel Girone A giocarono Italia, Paraguay e Polonia. Nel Girone B, Germania, Francia e Argentina, nel girone C Spagna, Inghilterra e Indios Mapuches. Se stiamo al racconto di Soriano, l’arbitro garantiva l’ordine in campo con la pistola per evitare che si scaldassero troppo gli animi. Durante la partita d’esordio dei campioni in carica italiani, l’arbitro convinse due giocatori paraguiani ad accettare il rigore… colpendoli con il calcio della pistola.

 

 

Una finale senza porte e senza pallone

La fase eliminatoria qualificava la migliore di ciascun girone per un’insolita finale a tre. Le tre qualificate furono Italia, Germania e gli Indios Mapuches. I primi tafferugli esplosero al lancio della monetina per l’assegnazione del campo. L’Italia condusse la partita per 3-2 fino agli ultimi minuti quando l’arbitro assegnò tre rigori consecutivi ai tedeschi in quanto i difensori italiani usavano uno spray casalingo al peperoncino per ostacolare gli attaccanti teutonici. La partita terminò con la sconfitta dell’Italia. I calciatori tedeschi si diedero allora alla baldoria, dimenticandosi della finale in programma tre giorni dopo con gli indios, vittoriosi nel loro gruppo.

La finale si giocò sotto un diluvio torrenziale che impediva di vedere a pochi metri di distanza: fu così che ai lati del campo, alcuni ballerini indios smontarono comicamente le porte e fecero sparire anche la palla, andata dispersa in una situazione di gioco confusa. Poco tempo dopo la fine del temporale, riapparve al termine di uno dei lati del campo una porta, rimontata in fretta e furia da ballerini indios, che misero in scena un gol simbolico, che avbrebbe segnato la vittoria della squadra di casa.

 

 

Se questa storia sia vera o frutto dell’invenzione del genio romanzesco di Osvaldo Soriano, rimarrà un mistero. Quel che è certo è che la suggestione di un mondiale giocato ai confini del mondo, durante il periodo più tragico del Novecento, sembra restituire tramite le gesta eroiche di semplici lavoratori trasformati in eroi sportivi, un senso di vitalità ad un’umanità che allora sembrava definitivamente perduta.

 

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