Emigrazione italiana: quando sui barconi c’eravamo noi

“Sembrano una tribù di schiavi stupidi

E vizzi, non penso di aver visto un solo

Barlume di intelligenza da quando ho

Attraversato le Alpi”

Percy B. Shelley

 

L’ondata di razzismo che percorre l’Italia partendo dai suoi vertici politici si avvale di una retorica riconoscibile, già collaudata in passato. Troppo spesso, però, si perde la memoria storica di quando lo stesso vocabolario veniva indirizzato agli immigrati italiani.

 

Il vocabolario razzista, per definizione, non ha bisogno di troppe parole. Forse per questo, o forse perché la paura che lo genera è sempre dello stesso segno, “terroni”, albanesi, rom e infine magrebini sono stati, negli anni, oggetto delle stesse accuse: rubano, sono sporchi, sono ignoranti, non hanno rispetto, vivono peggio degli animali, è la loro cultura e non vogliono integrarsi ecc.

Questa retorica “di pancia” rimbalza con insistenza da giornali ai comizi politici, esplodendo nel nuovo paradiso dei social media. Ma se cambiano i mezzi e le modalità di diffusione virale dell’odio razziale, è sorprendete come nei secoli le sue movenze linguistiche rimangano quasi invariate. E questo si può verificare facilmente se, con un agile lavoro di memoria storica, si vanno a recuperare i documenti dell’accoglienza riservata agli italiani in tutta Europa e in America nella cospicua immigrazione che li vide coinvolti dalla fine dell’Ottocento fino a Novecento inoltrato, quando scappavano dalla fame e dalla miseria e non – per buona parte del tempo – dalla guerra.

 

Frasi come “il coltello con cui taglia il pane [l’italiano] lo usa indifferentemente per tagliare l’orecchio o il dito di un altro dago. La vista del sangue gli è tanto comune come la vista del cibo che mangia” (J. Hingham, Strangers in the Land, 1963) o “noi protestiamo contro l’ingresso nel nostro paese di persone i cui costumi e stili di vita abbassano gli standard di vita americani il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e civiltà americana” (Reports of the Immigration Commission, Usa, 1911) riempiono i giornali, mentre report come L’Italia randagia attraverso gli Stati Uniti di Amy Bernardy rendono noto che l’alloggio degli italiani è caratterizzato da “fila delle latrine, da mucchi di cenere, concime, immondizia, dai cadaveri dei sorci e talpe frequentissimi, da cenci detriti, rifiuti, penne di polli, vecchi arnesi, avanzi di materassi sporchi e in mezzo c’è, o meglio ci dovrebbe essere, la pompa o fontana che fornisce acqua al casamento. Dico dovrebbe essere perché spessissimo detta fontana è inaccessibile per il cumulo di sporcizia che li circonda”.

Una situazione disastrosa, che oltre suscitare il disprezzo della società, favorisce il proliferare di malattie fra uomini e donne che lavorano ogni giorno ai limiti dello sfruttamento come minatori, spazzacamini (i bambini), operai nelle fornaci (sempre i bambini), ma anche prostitute (le donne) o in generale esponenti della microcriminalità organizzata. È naturale, poi, che questa vita ai limiti della società unita all’aizzamento dei giornali sfoci in linciaggi tanto diffusi da far guadagnare agli italiani il soprannome di bats, pipistrelli, per la loro abitudine di penzolare dagli alberi.

Vittime di una persecuzione? Si potrebbe dire anche così, anche se dati alla mano gli immigrati italiani non sembrano dei campioni di integrazione: il 46% era analfabeta (contro, ad esempio, il 3% dei tedeschi), incapace di svolgere altro lavoro che il manovale. Le fonti riportano una vera e propria reticenza all’apprensione della lingua, tanto che c’erano persone che dopo sessant’anni negli States parlano ancora unicamente il proprio dialetto d’origine.

Ma se quindi vivevano in condizioni allucinanti e non erano intenzionati a diventare parte di una nuova cultura (o non ne avevano gli strumenti), perché emigravano? Il viaggio non era breve (quello per l’America in particolare comprendeva una traversata venti volte più lunga di quella che separa Tripoli dal primo porto italico), poteva costare i risparmi di una vita e c’era un grosso rischio di essere rispediti al mittente una volta arrivati. Inoltre, l’emigrazione italiana comincia a essere cospicua già dagli anni Settanta dell’Ottocento, quarant’anni prima di qualsiasi guerra. La risposta, secondo le indagini delle varie Commissioni dell’Immigrazione, è univoca: perché a casa loro stavano peggio. Nelle poverissime case della Basilicata, nei paesi arroccati sull’appennino ligure-emiliano, stavano peggio. L’italiano medio, quando cominciò la grande migrazione, moriva prima dei sette anni. Moriva di fame. Il Sud intero moriva di fame, il Veneto moriva di fame.

In America no, invece. In America c’era “la pacchia”.

Fonti                                                                                            Photo Credits

G. A. Stella, L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, 2003        quotidianomolise.com

www.italianinelmondo.ws

www.focus.it 

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