Un italiano su tre cerca lavoro tramite facebook

In fin dei conti il lavoro è ancora il mezzo migliore di far passare la vita

Gustave Flaubert

Incredibile ma vero. Facebook si sta spontaneamente appropriando di un’ulteriore funzione, diversa da quella per cui era stata creata: la ricerca di lavoro online. 

LinkedIn? No, grazie. O non esclusivamente, almeno. A quanto risulta da un’indagine condotta dall’osservatorio dell’agenzia di lavoro E-work, in Italia il 35% degli aspiranti lavoratori cerca il proprio impiego tramite il celebre social network di Mark Zuckerberg. E, sebbene LinkedIn per ora rimanga in prima posizione, le percentuali in favore di Facebook sono previste in ascesa nei prossimi anni. Ad esso si affiancheranno, progressivamente, anche YouTube e Twitter –  afferma Paolo Ferrario, presidente e amministratore delegato di E-work – “come già avviene all’estero”.

Un po’ di percentuali per capire meglio la portata e l’entità del fenomeno in questione. Il pubblico alla ricerca di un contatto con le aziende tramite Facebook è prevalentemente maschile (53%) e, per la maggior parte, risiede nel Nord Italia (62%). La zona con una maggiore concentrazione di aspiranti lavoratori è situata, com’era facile prevedere, a Milano e dintorni. Giovani e adulti sono coloro che maggiormente si industriano nella ricerca del lavoro tramite social (il 37% è nella fascia d’età 26-45), seguiti però subito dopo dai giovanissimi (18-25 anni, 35%). L’ambito prevalente è ovviamente quello del marketing e della comunicazione.

Ma se tanti sono coloro che cercano un impiego tramite i social, è altrettanto vero anche l’inverso: tante sono le aziende che per selezionare i propri futuri dipendenti operano una scremature proprio grazie a post e fotografie rese pubbliche sull’internet. “A volte i selezionatori decidono di escludere dei potenziali candidati proprio dopo aver consultato i loro profili online”, spiega Ferrario, non solo in fase preliminare, ma anche dopo aver già svolto il colloquio. Al 35% dei selezionatori è capitato di cambiare idea.

 

Tutti questi dati, numeri, informazioni, non sono utili di per sé, ma potrebbero -anzi, dovrebbero – stimolare una riflessione riguardo a come il mondo di oggi stia cambiando e quanti (troppi?) aspetti della nostra più semplice quotidianità siano intimamente connessi ad aziende di privati.

Appena c’è un bisogno, Mark Zuckerberg inventa un servizio che lo soddisfi. Non a caso si è già parlato dell’introduzione anche in Europa (e quindi in Italia) di Facebook jobs, un portale già testato negli Stati Uniti che abbia la funzione di mettere in contatto gli aspiranti lavoratori con le aziende che cercano personale, una sorta di LinkedIn, che però ha il vantaggio di partire con milioni e milioni di clienti già iscritti al servizio.

Insomma, addio CV, addio colloqui di lavoro, addio agenzie interinali. Ci pensa Facebook! Dunque, senza allarmismi, complottismo ed elaborazione di futuri distopici, è bene riflettere su che fetta delle vite queste entità (Facebook e gli atri due grandi social: Instagram e Whatsapp, anch’essi proprietà di Zuckerberg) stiano inglobando, eliminando realtà che sono sempre esistite. Certamente tutto questo rende più immediati certi passaggi e semplifica la vita. Ma quali sono i rischi?

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