Identità italiana ed europea: ai confini di un concetto da ripensare

“La mia identità è in divenire perenne. Non ho un’identità da proteggere, ho un’identità da realizzare, un’identità che avanza, che cresce, che evolve.”

Ermes Maria Ronchi

 

“La nostra identità è inconciliabile con…” e aggiungeteci qualsiasi tipo di cultura che non sia nella lista del politicamente corretto, da quella musulmana a quella cinese a quelle africane del Sub-Sahara. Uno dei mantra del populismo contemporaneo è quello del concetto di identità nazionale, che sarebbe messo a rischio dai nuovi fenomeni migratori. Ma come è possibile definire un’identità nazionale, concetto nato nell’Ottocento con l’ideologia romantica? Esistono dei criteri per definire le identità culturali, linguistiche e religiose precise?

 

Esiste un’identità linguistica?

L’identità nacque nell’Ottocento come concetto utile a definire il bagaglio di tradizione e di storia di nazioni in via di costituzione come Italia e Germania, ma di fatto finì per fissare quello che l’identità del paese era in quel particolare momento storico. Uno dei criteri per individuare la nazionalità era allora la lingua.

Ma se pensiamo alla lingua italiana, essa non può essere definita arrestandosi all’Ottocento, alla lingua di Manzoni e di Verdi: la nostra lingua esistente sì in quanto frutto di termini greci, latini, prestiti dall’arabo e dalle lingue germaniche, parole di origine francese e spagnola ma anche di termini presi in prestito dall’inglese negli ambiti del business – guarda caso – e della tecnologia. Appare quindi evidente che pretendere di cristallizzare la lingua in maniera definitiva è una pretesa eccessiva, così come assumere come parametro di identità la lingua comporta ammettere che questa lingua sarà soggetta a mutamento.  Senza voler smontare in modo intellettualistico il concetto di identità, si può far notare che ciò che muta, muta a partire da un soggetto che esiste. Il problema è: cos’è?

 

 

Esiste un’identità culturale?

Uno dei luoghi comuni su cui si fa più leva, in particolare contro la cultura dei paesi islamici, è che essa sia incompatibile con quella dei paesi occidentali. Sembra però, oltre che al dato linguistico – termini come algebra, chimica, le cifre indiane utilizzate dagli arabi per la numerazione – esistono profonde influenze culturali che affondano le radici nel Medioevo.

Quando non ancora classici della filosofia come la Metafisica di Aristotele non erano stati tradotti integralmente in latino, uno degli strumenti esegetici, di interpretazione, più potenti e in voga nel periodo di formazione delle università e della cultura europea, furono le opere di Avicenna e i commenti di Averroè, due filosofi musulmani.  Insomma, in barba alle bordate in stile Fallaci e Cristiano Magdi Allam, la nostra cultura è stata tutt’altra che permeabile alle idee di una religione definita come eretica – basta pensare all’Inferno di Dante, dove compare Maometto – ma non si criticava a priori ciò che questa cultura portava con sé.

 

 

Esiste…qualcosa?

Il discorso sull’identità culturale è poi analogo a quello che si può sviluppare sul piano religioso: se prima l’Europa conosceva il politeismo, con l’avvento delle politiche degli imperatori Costantino (313) e Teodosio (380), il cristianesimo fu imposto come religione ufficiale. L’influenza culturale del Cristianesimo, per quanto ignorata dalla Costituzione europea, è alla base del concetto più basilare del mondo occidentale e dell’Illuminismo: l’uguaglianza morale prima che giuridica di ogni persona, uguaglianza sconosciuta al mondo greco-latino. L’Occidente di oggi senza l’apporto del Cristianesimo non è semplicemente pensabile.

Dall’altra parte, non si può dimenticare che certi rituali e la scelta di certe date di festività del cristianesimo sono stati influenzati dal paganesimo: il più eclatante è la coincidenza fra Natale e festa pagana del Sole. Pare evidente che non esista dunque una linea di confine tra identità di ieri e di oggi, ma una continua costante evoluzione. Di qui la domanda: dove trovare la nostra identità?

 

 

Dove cercare?

Una risposta potrebbe essere paradossalmente semplice: le persone. L’idea di “Europa dei popoli” non esiste se la cristallizza in quadro ormai vecchio di 100/200 anni: i popoli esistono qui ed ora come espressione di precise circostanze storiche: usare un’identità che oggi non esiste più come clava contro nuovi arrivati è una stortura concettuale, prima di tutto. L’identità di oggi non può essere uguale a quella di 50 anni fa e via dicendo,

Si può discutere su radici che non possono essere negate – greco-latine, cristiane, ebraiche, arabe, germaniche – in nome del politicamente corretto, questo sì. Si può rifiutare l’uso strumentale per chiudere a prescindere i confini della cultura europea, atteggiamento troppe volte visto ma di mai positivo effetto. Si potrebbe più pragmaticamente andare in cerca di una convivenza pacifica che richiede ai nuovi arrivati il rispetto delle regole civili e ai cittadini di non pretendere di imporgli usanze o costumi al di fuori di quello che richiede la legge. Convivere senza pregiudizi reciproci e senza pretendere di usufruire solo di diritti e non di doveri? Forse la strada per un’Europa più unita passa anche di qui.

 

Fonti:

 

Giuseppe Patota, Lineamenti di grammatica storica della lingua italiana, Bologna, Il Mulino, 2007.

Franco Cardini, Il califfato e l’Europa, UTET, Torino, 2005.

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