Designare il nemico: quando tutti erano omofobi.

“When you’ve grown up mis-educated, surrounded by fear and hate, unaware of your privilege, lies can sound like the truth”

DaShanne Stokes

Prima del moderno movimento per la liberazione LGBT, le persone non eterosessuali e cisgender erano considerate all’unanimità come inferiori, problematiche e sovversive. Non incidentalmente, infatti, si ritrovano nelle liste nere di ideologie completamente diverse tra loro.

Che l’occidente sia stato (e sia largamente ancora) omofobo non è certamente una novità. Il pregiudizio corre lungo la storia europea fin dagli ultimi secoli della classicità, e, grazie al colonialismo di epoca moderna, riesce persino ad espandersi in ogni continente, in veste di preziosa gemma della “superiore” cultura occidentale, confezionata ed esportata ai “selvaggi” a bordo di nave da guerra.

Il primo Novecento può sembrare un secolo particolarmente gramo per la comunità LGBT europea: sono noti a tutti (si spera) i campi di concentramento con cui il terzo Reich si soddisfaceva un pò di qualsiasi tipo di gruppo sociale non andasse a genio dei più recenti deliri intorno alla razza “ariana” e all'”identità tedesca”.
Com’è noto, la narrazione nazista che soggiaceva alla persecuzione LGBT era di tipo razziale e morale. La Germania pre-Hitleriana rappresentava in realtà un ambiente sorprendentemente progressista e per certi aspetti Berlino stava cominciando ad accogliere una sottocultura LGBT assente in altre grandi città europee. E’ tedesco l’ Istituto di Sessuologia, fondato da Magnus Hirschfeld, omosessuale e tra i primissimi attivisti LGBT.

La salita al potere del nazismo, tuttavia, sfrutta una posizione di contrasto con questo periodo della storia tedesca, ricercando una fantomatica identità sulla base pseudoscientifica della razza. Una posizione che si pubblicizza come di rinascita, ma che, perlomeno nei confronti dell’omofobia, non fa altro che veicolare gli stessi vecchi pregiudizi dell’europa del tempo, fornendo loro una nuova giustificazione. Nel terzo Reich ossessionato dalla purezza e dalla superiorità della razza ariana, infatti, diviene ovvio e facile identificare le persone LGBT come “inquinanti” di questa purezza. La lettura predominante è che gli omosessuali siano sintomo del decadimento dell’arianità e che debbano essere eliminati per assicurarne la purificazione.

Tuttavia, come si è detto, l’intero occidente nutriva un forte pregiudizio nei confronti delle minoranze sessuali, ed è veramente riduttivo, per non dire stupido, pensare alla vittoria degli Alleati come ad il lieto fine di questa storia.

Per quanto riguarda l’URSS, che in realtà all’inizio della sua storia aveva un approccio decisamente progressista e tollerante nei confronti della comunità LGBT (perlomeno per i canoni del tempo), l’omosessuale viene velocemente reidentificato in quanto nemico all’interno della narrativa comunista-stalinista. In parole povere, dove il nemico è il borghese e il capitale occidentale, l’omosessuale diventa immediatamente borghese. Il discorso pubblico dell’Unione Sovietica, infatti, diventa presto interessato all’opposizone con l’occidentale potenza capitalista degli Stati Uniti, e la sua retorica comincia a girare attorno alla “superiorità morale” del sistema e del cittadino sovietico. Cambia la narrazione, ma i canoni di “moralità” rimangono gli stessi; il rapporto uomo-donna viene riidentificato come base della società morale anticapitalista, mentre l’omosessualità diviene immediatamente “un fenomeno molto diffuso nella società capitalista” (seconda edizione della Grande Enciclopedia Sovietica).

Particolarmente comica, considerata la posizione dell’URSS, è l’elaborazione teorica che l’altra grande potenza della Gerra Fredda, gli USA, fanno per ricondurre l’omosessualità sotto la categoria allora rilevante di “nemico”. In costante competizione con l’Unione Sovietica, infatti, gli Stati Uniti si trovano in un periodo storico dove il “comunista” rappresenta tutto ciò che di più antiamericano può esistere. E’ noto il fenomeno del Maccartismo, ma meno note sono le sue ripercussioni sulle minoranze sessuali. Si parla di Lavander Scare in riferimento al periodo (1950) di fondamentale isteria collettiva contro ipotetici omosessuali asserviti al comunismo che avessero infiltrato il governo statunitense per distruggerlo. Le persone LGBT erano lette sotto la lente dell’anticomunismo di quel periodo e, pertanto, venivano considerate pericolosi sovversivi sovietici o più generalmente comunisti.

E’ interessante considerare come uno stesso gruppo demografico può essere così facilmente inserito in qualsivoglia definizione di “nemico”, indipendentemente da quanto assurdi siano i presupposti, solamente sulla base di un sentimento diffuso di disgusto e disprezzo che non aspetta altro che un pretesto per potersi esprimere in tutta la sua violenza.

 

Fonti:
Commies and Queers
Swastika, Pink Triangle and Yellow Star
“An intolerable kind of moral degeneration” homosexuality in the Soviet Union

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