“Crepa bestia!”. Il fenomeno della deumanizzazione.

“They are not people. These are animals”

Donald Trump

Non è un segreto che l’attuale presidente degli USA, da quando ha acquisito la sua carica, abbia proferito in pubblico frasi molto forti in tema di immigrazione e minoranze, accendendo discussioni e attirandosi critiche da ogni parte. A partire dalla promessa, in campagna elettorale, della costruzione di un fantomatico muro anti-messicani, le uscite ad effetto si sono susseguite a ritmo incalzante. L’ultima chicca è stato il commento sugli immigrati latino-americani della banda criminale MS-13: “Non sono persone, sono animali”. Si tratta chiaramente di un episodio di deumanizzazione, che consiste nella negazione della piena appartenenza di un soggetto alla specie umana.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

La deumanizzazione è un mezzo di esclusione sociale per nulla inedito nella storia; basta infatti far riferimento all’antisemitismo tardo-ottocentesco e primo-novecentesco, con il genocidio che ne è scaturito, per mostrare la vicinanza di questo meccanismo, solo in apparenza ormai lontano, alla cultura moderna occidentale. In fondo, proprio uno dei padri di quest’ultima, Aristotele, giustificava la schiavitù come la giusta condizione in cui dovrebbero vivere esseri inferiori per natura, non pienamente razionali e quindi non umani. Lungi dall’essere lo schiavismo un’abitudine esclusivamente europea, esso ha però in Occidente assunto i suoi connotati più atroci e le sue proporzioni più enormi (con la tratta dei neri), nonostante la palese contraddizione con i principi egualitaristi e filantropici del cristianesimo.

Non si tratta di un tema nuovo nemmeno per le scienze sociali. René Girard, antropologo francese, riteneva addirittura che ogni civiltà avesse avuto origine da un episodio di violenza concentrata su di un capro espiatorio, di solito un emarginato appartenente ad una minoranza o a un’altra tribù. Tale tesi fu elaborata soprattutto nel testo “La violenza e il sacro”. Il rituale, secondo le parole dell’autore, aveva il ruolo di tracciare il confine tra umano e non umano, tra comunità ed esterno, e per questo la vittima veniva spesso sacralizzata e resa simbolo immanente di tutto ciò che è trascendente. La tendenza alla visione dello straniero come non-umano veniva ascritta alle società primitive anche da Lévi-Strauss, collega e connazionale di Girard.

Una vera e propria teorizzazione sistematica del fenomeno della deumanizzazione non è tuttavia ancora apparsa. Un tentativo in questa direzione è stato fatto da Nick Haslam, docente di psicologia presso l’Università di Melbourne.
Egli sostiene che il primo passo da fare sia quello di capire cosa venga negato alla vittima del fenomeno, cioè capire cosa venga percepito come caratteristica umana non posseduta dal soggetto in questione. Su ciò vi è tutt’altro che accordo unanime. Haslam identifica due tipi di deumanizzazione, in base appunto a ciò che da essa viene negato

Il primo tipo è quello che nega l’essenza unicamente umana (Human Uniqueness, nella terminologia di Haslam). Esso asserisce che la vittima non possiede quelle qualità intrinseche all’homo sapiens, che lo distinguerebbero da ogni altra specie animale. Quale sia l’essenza dell’uomo e dove stia il confine fra umano e animale, tuttavia, non è affatto chiaro. Per tornare ad Aristotele, lo Stagirita identificava l’essenza umana con la ragione (logos). Per restare nella contemporaneità, invece, alcuni, come Jacques-Philippe Leyens, sostengono che essa sia la presenza di emozioni secondarie, cioè emozioni non primarie ma derivate dalle relazioni sociali (empatia, invidia, vergogna etc). Altri, come Noam Chomsky, pensano che essa sia la predisposizione innata al linguaggio e al pensiero riflessivo.

Il secondo tipo di deumanizzazione è invece quello che nega alcune caratteristiche fondamentali della natura umana (Human Nature), che però sono comuni a molte specie animali evolute e non sono quindi presenti unicamente nell’homo sapiens. Una caratteristica siffatta potrebbe essere, fra le altre, la curiosità, che ritroviamo per esempio in certa forma anche nei gatti e nei delfini.

Vi è una sostanziale differenza fra ciò che opera il primo tipo di deumanizzazione e il secondo. Se ad essere negata è l’essenza umana, quale che essa sia, la vittima viene in genere ridotta al livello di animalità. Se, ad esempio, unicamente umana è considerata la civiltà o la ragione, il soggetto può essere paragonato, rispettivamente, ad un barbaro o ad un essere impulsivo e istintivo; e così via. 
Se ad essere negata è invece una caratteristica comune a molte specie viventi, la vittima viene in genere ridotta al livello di macchina o automa.

Schema della suddivisione di Haslam

 

Fonti:                                                   Immagini:

The Independent                              Copertina

-René Girard,                                              Sopra

“La violenza e il sacro”

Nick Haslam,

“Dehumanization:

An integrative review”

 

 

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