Scafisti e ONG: il sottile confine tra umanità e demagogia

L’uomo appartiene alla terra. La terra non appartiene all’uomo.”

Toro Seduto

 

Il numero di luoghi comuni di cui si è popolato l’internet in questi mesi riguardo le ONG è sconcertante: taxi del mare, complici degli scafisti, profittatori sulla pelle delle disgrazie altrui. In tutta questo can can mediatico sembra essere sfuggita di mano la dimensione principale del problema: quella umana. Tanti, troppi cadaveri si sono inabissati nel Mar Mediterraneo in questo periodo e si fa molto parlare più delle dichiarazioni politiche che dei morti in mare:  occorre cercare allora delle chiavi di lettura che aiutino a capire le origini degli slogan populisti, che attecchiscono sempre su un fondo di verità, per riportare al centro le storie di chi attraversa il Mediterraneo rischiando tutto.

 

Informazione, questa sconosciuta

Paradossalmente nell’era digitale, slogan come #stopinvasione della Lega hanno avuto grande successo, nonostante la rete abbondi di contenuti che ne affermino la falsità in termini numerici senza margine di dubbio. Se si conta che le proporzioni dei flussi migratori via mare sono poi diminuite dell’80% – dati del ministero dell’Interno – rispetto all’anno scorso vien da chiedersi: perché un voto e ora un consenso così massiccio per Salvini?

Secondo Carlo Calenda in un’intervista di circa due settimane fa a Otto e Mezzo, forse il PD non è stato in grado di “comunicare” i risultati della politica dell’ex-Ministro degli Interni, Marco Minniti, e di affermare che nella guida del paese si devono anche prendere provvedimenti “impopolari”. Data la pigrizia dell’utente medio nel procurarsi le informazioni al di fuori della propria zona di comfort, questa per il PD è risultata una debolezza decisiva: la mancata informazione sui risultati di certe politiche avrebbe mantenuto aperta la strada al luogo comune fazioso della sinistra “buonista”, incline ad accogliere i clandestini indiscriminatamente.

 

 

ONG: Organizzazioni non governative?

Se questioni apparentemente più semplici subiscono questo tipo di distorsioni concettuali, si capisce come la complessa situazione che si presenta oggi nel mare di fronte alla Libia subisca un ancor maggior rischio di mistificazione. Da una parte si denigra a priori il lavoro delle ONG, dall’altra lo si santifica altrettanto acriticamente; come spesso accade, la verità non può essere da una sola parte. La maggioranza delle ONG si trova a far fronte ad una gestione dei flussi da parte della guardia costiera libica che non impedisce le partenze di gommoni sovraffollati guidati da scafisti.

Davanti ad una simile situazione non si può certo pretendere che le ONG non facciano il loro dovere e non salvino le vite umane in mare. Il punto su cui fanno leva le argomentazioni populistiche è di tipo non morale ma economico: a chi tocca la gestione dei flussi migratori? Il problema si pone quando in acque libiche si trovano imbarcazioni sia di ONG che battono bandiera di paesi dove la loro registrazione è dubbia o peggio ancora di organizzazioni che esprimono valutazioni politiche oltre che al sacrosanto diritto di fare considerazioni basate sulle necessità igienico-sanitarie dei migranti.

Così l’imbarazzante scambio di accuse tra ministero degli Interni italiano e Medici Senza Frontiere è sfociato nell’accusa di quest’ultima al governo italiano di “giocare con la vita di 630 persone”, in un comunicato del 17 giugno scorso. Certamente la politica di chiusura dei porti è opinabile dal punto di vista politico, ma accusare apertamente un governo di aver messo a rischio 630 vite quando gli unici rifornimenti umanitari alla nave sono venuti durante tutte il viaggio da navi italiane è rischioso, in assenza di prova contraria. Diverso sarebbe stato il caso di un mancato soccorso della nave fino a cambio di rotta, così invece il rischio è per le ONG di sconfinare nel dominio politico senza avere una motivazione inattaccabile e alimentare la retorica anti-ONG di Lega e simili.

 

 

 

Il ruolo dell’Europa 

Ma più che delle ONG, i problemi centrali sono due: il ruolo dell’Europa e la situazione libica. Nel primo caso, si è fatto un gran parlare – spesso con insulti a sproposito nei confronti del governo italiano – dell’hashtag #chiudiamoiporti, quando di fatto #chiudiamoiconfini – non solo i porti –  è stato l’hashtag silenzioso di anni e anni di politiche migratorie di tutti i paesi europei, fatta eccezion per la Grecia.

Inutile dire che se ciascuno dei paesi europei acconsentisse al trasferimento delle quote dei migranti, crollerebbe il presupposto stesso della chiusura dei porti. Ma finché regna la logica del puro interesse economico, il populismo individualista avrà buon gioco. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sembrano ad esempio ricordarsi di appartenere all’UE per riscuotere i generosi contributi di paesi come l’Italia ma dimenticarsene un attimo dopo quando gli è chiesto di condividere insieme ai diritti e i benefici il comune peso dei doveri di accoglienza verso chi cerca un domani migliore con il voto contrario a qualsiasi ipotesi di distribuzione dei migranti .

Se poi paesi influenti come Germania e Francia sono ostaggio dei ricatti politici dei propri alleati o peggio ancora ostinati a perseguire una politica neo-colonialista che contempla la distruzione dell’ordine politico di interi paesi – leggi: Libia – ma poi di fatto accolgono 600 migranti su 9000 promessi da previ accordi – come riportato ad esempio da Il Fatto Quotidiano – allora diventa facile accendere gli animi – anche in modo strumentale – contro un Europa che quando si tratta di agire latita.

 

 

Un paese fantasma chiamato Libia

Forse l’aspetto più spinoso e con minore copertura mediatica è dato dalla situazione libica. Il paese, diviso ancora in due zone di influenza, tra governo legittimo e territorio controllato dal generale Serraj, non ha di fatto una capacità di gestire i flussi prima di tutto di immigrazione via terra a cui è soggetto. Per non parlare delle condizioni indecenti e in palese violazione delle norme dei diritti umani, come documentato da recenti indagini comparse anche su l’Internazionale.

Il principio dello “aiutiamoli a casa loro” può essere affrontato unicamente con un’opera di lotta ai centri illegali di detenzione e una lotta senza quartiere agli scafisti che senza scrupolo fanno partire gommoni – non più barconi – sicuri che la guardia costiera libica o le ONG non esiteranno a salvare le vite in pericolo, per motivi umanitari.

Perché in fondo, è tutta una questione di soldi: per i populisti sarebbero troppi i soldi che si spendono per mantenere i migranti, troppi i soldi che si danno alle ONG perché li salvino. Pochi invece i soldi per gli scafisti e per i contratti petroliferi di potenze europee come la Francia che hanno intentato una guerra contro un regime perché oppressivo e non perché in possesso di grandi quantità di petrolio e di gas: la sensazione di dejà vu è forte (Iraq). Più utile invece è ripartire da un’impegno comune contro scafisti e trafficanti per difendere le vite umane: una volta che sono in mare, nessuno può potersene chiamar fuori. La domanda è: lo si vuol fare?

Photo credits:

 

Immagine copertina: Flickr

Immagine 2: Wikipedia

Immagine 3: Flickr

 

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