La verità e il post-modernismo di Trump e Salvini

“La potenza della parola nei riguardi delle cose dell’anima sta nello stesso rapporto
della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo”

Gorgia, Encomio di Elena

Il 13 giugno 2018 Matteo Salvini, neoeletto ministro degli interni italiano, per difendersi dalle accuse europee sulla vicenda Aquarius, ha citato in senato un articolo del “Messaggero”, pubblicato da Carlo Nordio, in cui così si legge: “Il diritto internazionale, come tutto il diritto, non è una scienza esatta, e su ogni questione esistono opinioni diverse, e addirittura opposte”.
Un
 articolo della CNN, risalente allo scorso maggio, riporta invece che il presidente statunitense Donald Trump avrebbe mentito più di 3000 volte in 466 giorni.
Che cosa accomuna questi due fatti? Sicuramente un rapporto alquanto problematico con il concetto di verità.

Il primo sembra essere un caso di messa in questione dell’esistenza di una verità morale certa (relativismo etico), mentre il secondo sembra essere un caso di messa in questione della verità stessa come valore (relativismo ontologico).
Il relativismo e la sua distinzione nelle due suddette categorie non sono certo una novità in filosofia, anzi risalgono agli albori della stessa, a quando cioè nel V secolo a.C., in Atene, imperversava la battaglia dialettica fra Socrate e i sofisti.
Due di questi ultimi, i più celebri, si possono in particolare citare: Protagora, portavoce del relativismo etico, e Gorgia, portavoce del relativismo ontologico.
Il primo sosteneva che “l’uomo è misura di tutte le cose”, anche delle leggi (nomos), e che perciò queste sono puramente convenzionali e dipendono, se non dal singolo individuo, quanto meno dalla singola società e dalla sua classe dominante.
Il secondo sosteneva che “l’essere non esiste”, cioè che nulla ha quelle caratteristiche di eternità e immutabilità che Parmenide di Elea attribuiva all’essere (to einai, ovvero tutto ciò che è). Sulla base di ciò, per lui la verità era, semplicemente, un concetto vuoto, dato che di nessun ente si può dire che cosa esso sia; la parola aveva quindi per Gorgia una mera funzione retorica ed estetica: era solamente un mezzo, quasi magico, di persuasione (pharmakon).

Un sofista

Tutto il pensiero occidentale nasce, di fatto, dalla confutazione socratica e platonica del relativismo sofistico; tuttavia, questo ha sempre serpeggiato, pronto a tornare a colpire. E sembra proprio che ciò sia avvenuto più che mai in questa epoca detta del “post-moderno”, dove un relativismo tanto etico quanto ontologico pare aver irrimediabilmente intaccato sia la cultura che la politica, come dimostrano i casi sopra riportati di Salvini e Trump.
Vi è quindi ancora spazio per la verità? Sì, almeno secondo alcuni, come Jean-François Lyotard, grande teorico, appunto, del “post-moderno”.
Secondo lui, il linguaggio si è frammentato, moltiplicato, disperso in innumerevoli contesti diversi, in diverse forme di vita, come direbbe il grande Ludwig Wittgenstein. Non ha quindi più senso parlare della “grande narrazione” della verità quale sommo ideale illuminista, poiché il discorso ha ormai infinite funzioni eterogenee, di cui quella veritativa è solo una fra le altre. La verità tuttavia mantiene e deve mantenere per Lyotard un’importanza fondamentale. Semplicemente, non è più totalizzante: la parola può anche essere, infatti, ad esempio, retorica, finzione, performance, strumento ironico, e allora essa è inscindibile dal tono, dalla gestualità e dall’atteggiamento che la accompagna.

Lyotard

Per tornare al caso Trump, proprio questo è forse lo spirito con cui vanno affrontati i suoi discorsi, e in generale quelli di un politico “post-moderno”. Ciò è quanto sostengono Amadi F. , Konkwo D. e Johnson U.U., tre accademici nigeriani che si occupano di comunicazione. Nell’articolo “The imperatives of postmodernism and the problematic of assessing the agency and discourses of Donald Trump”, essi dicono che un giornalista dovrebbe ormai sviluppare una particolare capacità di analisi critica, che gli permetta di discernere quale senso voglia dare il politico in questione alle sue parole. Dovrebbe quindi essere in grado di comprendere, prima di gridare alla menzogna, se il discorso trattato abbia una funzione veritativa o non piuttosto ironica e magari perciò volutamente iperbolica (si consideri, ad esempio, una famosa dichiarazione di Trump, secondo cui egli sarebbe apparentemente in favore del riscaldamento climatico perché “a New York fa freddo”). Bisognerebbe, in sostanza, imparare a non trattare tutte le parole di un politico allo stesso modo, per adeguarsi alla nuova moltitudine di linguaggi e registri, in cui gli statisti si muovono sempre più agevolmente.

Fonti:                                                   Immagini:

YouTube                                             Copertina
Il Messaggero                                     Sopra(1)
CNN                                                      Sopra(2)
-Franco Trabattoni,
“La filosofia antica.
Profilo critico-storico”
-Lyotard,
“La condizione
postmoderna”
Amadi F., Konkwo D.,
Johnson U.U.,
“The imperatives of
postmodernism and the
problematic of assessing
the agency and discourses
of Donald Trump”

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